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Ultimo aggiornamento ore 14.45 del 23 Gennaio 2018

L’arte ipnotica di Vivian Maier

L’arte ipnotica di Vivian Maier

- Dietro ogni stravaganza non si cela necessariamente un Artista. Troppo comodo il sillogismo, quando correlato alla stranezza senza-arte-né-parte di certi comportamenti urbani quotidiani, cui spesso siamo costretti ad assistere.

Certamente la vita di Vivian Maier, di cui è in corso una mostra fotografica al Palazzo Ducale di Genova, enuclea, mediante l’esposizione della sua inesorabile ed infaticabile ricerca foto-antropologica, una sua visione della vita tutta personale. Inoltre, il correlato film-documento

“Alla ricerca di Vivian Maier” di cui uno dei registi è proprio John Maloof, lo scopritore del suo materiale e del suo talento, mette in luce, attraverso interviste di coloro che l’hanno conosciuta, elementi personali non sempre luminosi e simpatici.

Questa babysitter newyorchese, con la sua onnipresente macchina fotografica, identifica infatti perfettamente l’ideal-tipo dell’artista: colui (colei, in questo caso) che, in rigida solitudine ed inconsapevolmente, esercita la propria passione ed il proprio talento. Comunque sia, senza intenzione di esposizione mediatica e bramosa ricerca di lucro.

La sua vita stupisce, in qualche modo, anche per questo. Nondimeno, nel bene ma anche nel male, in ogni artista si cerca l’anomalia, il dato sofferente che ne giustifichi e stigmatizzi l’Arte. Un ingrediente che possa fare la differenza e comporne l’essenza. Possiamo citare Joyce, nel suo affermare “la sofferenza è il passaporto per l’Arte”.

E “sofferente” possono sembrare, all’occhio ordinario, la sua maniacale riservatezza, la sua cinica emotività, la distanza dalla ritualità familiare e dalle consuetudini, certe dinamiche che, a conti fatti, hanno contribuito al successo (solo postumo) delle sue foto, scoperte casualmente in un’aggiudicazione ad un’asta.

E’ interessante notare il richiamo, che può trapelare da certe sue foto, alla solitudine di Edward Hopper ed alla metafisica di De Chirico.

Esempi di una percezione totalmente soggettiva, sia chiaro. Tuttavia, emozioni che, in qualche modo, inebriano il visitatore e lo conducono in un percorso empatico-comunicativo, tra l’ironico e l’ipnotico.

Questa particolare babysitter-artista mi piace assimilarla alla colta portinaia del libro “L’eleganza del Riccio”, laddove il rispettivo livello sociale pare aver costituito, nei fatti, un ostacolo nell’attribuirle in vita un talento che, per tradizione, si è abituati ad assegnare a più elevato ceto sociale.

Nondimeno, l’Arte non gradisce discriminazioni. E, quando può, si evidenzia con tutta la forza che possiede. E la nostra babysitter-fotografa di forza (artistica) ne aveva parecchia.

Domenica 6 agosto 2017 alle 10:00:33
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