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Ultimo aggiornamento ore 10.00 del 22 Novembre 2017

Teatro Duse, mercoledì il debutto di "Eracle"

Teatro Duse, mercoledì il debutto di `Eracle`

Genova - Massimo Mesciulam ha scelto per la prima volta nella sua carriera di dirigere l’Eracle di Euripide, un grande classico, ma poco rappresentato, che metterà alla prova gli allievi del Master della Scuola di Recitazione “Mariangela Melato” del Teatro Stabile di Genova. Il debutto di questo “Eracle sfortunato”, emblema della fragilità umana, avverrà mercoledì 8 novembre.

Perché la scelta di questa tragedia, simbolo dell’infelicità umana?
Rappresenta anche l’amicizia e la visione laica e moderna di Euripide. Queste manifestazioni sono sempre alla ricerca di testi classici, da vedere con l’occhio innocente degli studenti, che non sentono il peso della loro reputazione. In particolare i classici greci sono universali, ci parlano in modo diretto, senza le lenti deformanti della psicologia: è l’umanità allo stato puro. E poi ho scelto Eracle sia per interesse drammaturgico sia pedagogico relativamente alla formazione degli attori, in quanto pone problemi tecnico-artistici importanti, a partire dal linguaggio alto e lontano da noi.

Quanto Eracle è contemporaneo?
E’ tanto contemporaneo da essere universale, nel senso che le scelte umane e la difficoltà dell’uomo a rapportarsi agli altri e all’idea del divino, del fato o del caso, mette a nudo lo scheletro fondamentale dell’esperienza umana. Qui ci sono anche emozioni estreme, gente impazzita, uomini che uccidono i figli, madri che li divorano, ma succede anche nella contemporaneità. Se vogliamo dargli un significato a noi vicino, basta ricordare che per i greci non c’era l’idea della soggettività: chi era preso dall’ira era invaso da qualche cosa. E Foucault diceva che quando l’essere umano è preso da una patologia mentale vuole dire che avviene qualcosa in lui senza di lui. Quindi per i greci è il modo di rappresentare le forze che agiscono in noi e che talvolta vanno al governo. Dovremmo avere una democrazia dentro, mentre a volte si instaura una tirannide.

Il tema centrale è quello di sopportare con forza d’animo quello che ci accade?
Nell’adattamento insisto molto sul termine “sfortunato”, tanto che il sottotitolo potrebbe essere “Eracle, lo sfortunato”. E il suo sforzo maggiore, l’ultima fatica, è quella di combattere contro l’autodistruttività. Infatti Eracle è invitato da Teseo alla responsabilità: la Grecia non tollererebbe la sua morte senza senso. E la Grecia qui rappresenta l’umanità, verso cui abbiamo delle responsabilità. Inoltre ho fatto un adattamento molto coralizzato, per dare l’idea di una società in cui l’individuo rispetto al resto delle persone ha confini più sfumati, come fosse un organismo che si articola in più personaggi.

Teseo rappresenta la solidarietà umana?
Teseo dice a Eracle una frase rivoluzionaria per l’epoca: di essere lì per soffrire con lui. Emergono quindi il tema della solidarietà e dell’empatia.

Quale chiave interpretativa bisogna dare al suo Eracle?
Ho cercato di realizzare quella precisa storia di Euripide. L’interpretazione c’è sempre, basta saper vedere cosa viene fuori dalla storia, ascoltare il testo e capire cosa quale esperienza ci sia dentro. Paradossalmente so dopo cosa volevo fare e non prima. E’ la stessa messinscena a dire l’interpretazione che ho dato al testo. Poi lascio libero il pubblico di attribuire quel qualcosa in più in base alla propria immaginazione. Naturalmente ci sono anche alcuni aspetti nati dall’improvvisazione: per esempio c’è una sorta di personaggio in più, accanto a Lico, una creatura che sintetizza in sé un intero esercito.

Che tipo di prova è stata per gli studenti?
Loro hanno risposto con grande interesse. Sono molto soddisfatto, perché messi davanti ad emozioni estreme sono stati all’altezza emotiva di rispondere. E sono stati molto propositivi.

Quali difficoltà hanno dovuto affrontare?
La difficoltà consiste nel fatto che non si è protetti da effetti teatrali; anche la scenografia è molto scarna, quasi inesistente, fatta dal loro stesso corpo: tutto è lavoro fatto dagli attori, loro creano fondamentalmente la magia e l’illusione delle cose, come secondo me deve essere, specie nel teatro greco ed elisabettiano. Peter Brook diceva che a teatro bisogna fare immaginare più che vedere. E questo comporta un lavoro molto severo e preciso. Hanno resistito e collaborato con entusiasmo. E’ stata una bella esperienza

Martedì 7 novembre 2017 alle 15:40:48
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