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Ultimo aggiornamento ore 18.00 del 18 Gennaio 2018

Que pasa por la calle Genova: la canzone del luglio dei ventenni del G8 2001

Que pasa por la calle Genova: la canzone del luglio dei ventenni del G8 2001

Genova - A ripensarli adesso, quei giorni di luglio di dieci anni fa tornano a far male. Per molti della mia generazione il vertice G8 del 2001 è stato un punto di svolta, un momento di presa di coscienza collettiva e personale. Per me è stato uno strappo improvviso, un taglio netto nel presente che ha segnato l’ingresso in un futuro non più fatto di sfumature e in cui la disillusione e la sfiducia avrebbero preso il posto di quel carico di valori e speranze che serbavo nel cuore.
“Qué pasa por la calle Genovaaaa?”
Manu Chao urlava dal palco e la folla ondeggiava al ritmo della sua musica. Non era una serata qualunque. Eravamo tutti lì per protestare contro gli otto che si sarebbero riuniti a Palazzo Ducale col pretesto di discutere le sorti del Mondo, caricando i loro inutili sprechi sulle spalle dei contribuenti. L’atmosfera era tesa, la polizia, carica ed impaziente. E i giornali per stemperare gli animi sbattevano in prima pagina la notizia delle bare ordinate dal comune in vista delle manifestazioni. Uno scherzo di cattivo gusto, avevo pensato.
L’applauso della folla era caloroso, si percepiva una forte unità, un senso di appartenenza ad un ideale di protesta, di cambiamento di rotta verso un altro mondo possibile in cui la musica assumeva un ruolo fondamentale. Avevo 21 anni e, infarcita di Naomi Klein e Chomsky, ci credevo. Credevo che il movimento che dai media veniva definito No Global potesse avere una certa forza. Credevo che se milioni di persone scendevano in piazza a chiedere di cambiare rotta i governi avrebbero dovuto prenderne atto per forza. Ho sempre odiato le etichette dei media, un semplicistico incasellamento di una realtà tanto complessa quanto indefinibile, ma se anche non accettavo il nome affibbiatogli, io di questo movimento mi sentivo parte. Ho sofferto l’ascesa di Berlusconi e Bush al potere, ho sofferto il qualunquismo e l’ignoranza e il crollo di una sinistra che di sinistra non aveva più nulla da offrire. Temevo l’ascesa dei gruppi neofascisti che dalla destra si sentono legittimati e se in quel momento ero lì, completamente coinvolta in questo movimento, era perché mi sentivo veramente schifata da quel teatrino di politicanti che fingevano di avere a cuore le sorti di un mondo che per gli interessi di un’oligarchia stavano mandando a bagno. Alle spalle di tre quarti della popolazione mondiale che vive con meno di un dollaro al giorno e fa da cavia per garantire il benessere del restante quarto.
“Proxima estacion esperanza”
Non sapevo se sarebbe servito, ma io volevo essere in piazza. Una piazza piena di famiglie, di gente con le mani pitturate di bianco, di tamburi e musica, di ragazzi che come me non credevano al potere, ai confini di stato, alle barriere di pelle e di cultura. Una piazza che all’improvviso si è macchiata di nero, risucchiata in un vortice di gas e sangue. Una piazza che ha visto cadere sul cemento 23 anni. E mentre la gente che era in campagna raccontava a chi c’era come si erano svolti i fatti, inveendo contro quel corpo martoriato, straziato e più volte investito, io restavo incredula. Vi sono valori che per me sono sempre stati al di sopra di qualsiasi partito o fazione. E la vita umana è certamente uno di questi. E qui ci si trovava davanti a due vite distrutte. Una che giaceva inerme in Piazza Alimonda e una che aveva premuto il grilletto contro un suo coetaneo. La violenza è diventata la protagonista di quei giorni di luglio, sviando così l’interesse dalle ragioni per cui tanta gente si era riversata a Genova per manifestare. E la retorica ne è stata la conseguenza. Una retorica che non ha giocato a favore dei manifestanti. Perché è assurdo far passare Carlo Giuliani da eroe, Carlo Giuliani era un ragazzo e questo basta. E deve bastare anche al cinismo di chi si erige a giudice. Era un ragazzo e a 23 anni aveva una vita davanti a sé. E in 10 anni ne passa di acqua sotto ai ponti.
Non sto a raccontare i fatti. Per quello vi sono i dossier, gli atti, i documentari e le fotografie. La vergognosa mattanza alla scuola Diaz, le bugie, le torture di Bolzaneto sono già noti a chi ha voluto informarsi sull’accaduto invece che restare a sputare sentenze dai luoghi di villeggiatura. Racconto il dolore provato dinanzi alla completa disumanizzazione di quei giorni e di quelli che seguirono. E’ sempre stato così, è vero. La violenza ha sempre fatto parte della storia dell’umanità. Ma io non sono mai riuscita a farmene una ragione. Io che se trovo le formiche in casa le accompagno fuori invece che ucciderle. Io che ho sempre avuto fiducia nelle forze dell’ordine che in quanto tali se anche si fossero trovate davanti a dei delinquenti non avrebbero dovuto mettersi al loro pari. Mai
Fa male sentire la noncuranza con cui si affronta una tragedia alla faccia di chi, in quella tragedia, ci stava lasciando le penne. Mentre dormiva nel sacco a pelo o si trovava davanti ai cancelli della scuola Diaz in quel 21 luglio che è stato ribattezzato “la notte cilena”. Perché, se nei discorsi da bar si giustifica la mattanza di piazza con frasi semplicistiche come “anche i poliziotti sono uomini”, “i manifestanti sono dei delinquenti che hanno devastato la città” o “tu non andresti a manifestare con un passamontagna sul volto” mi si deve ancora spiegare come si può giustificare l’incursione alla scuola Diaz. Alla luce poi delle false prove. Io una risposta la pretendo. Per le vittime di quella violenza fisica e psicologica. Per le loro urla e le loro lacrime. Per l’intero movimento a cui la fiducia e la speranza sono state strappate dal petto. Per chi non vuole rassegnarsi a credere che in un sistema democratico il manifestante sia un nemico dello Stato e della polizia. Voglio una risposta. Perché a casa mia l’incursione alla Diaz ha un nome che nulla ha a che vedere con uno stato di pace e di democrazia. Un nome che sa di guerra, di vendetta, di Fosse Ardeatine. Un nome che suona cupo e vigliacco: rappresaglia.

Domenica 24 luglio 2011 alle 21:00:46
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