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Rudimenti di estetica dei parcheggi genovesi

Rudimenti di estetica dei parcheggi genovesi

Genova - L’epopea del nuovo parcheggio al giardino dell’Acquasola impone una qualche riflessione sull’inarrestabile espansione degli ostelli automobilistici nella nostra città. Per iniziare, ho deciso di proporre un’orientativa griglia di riferimento. Due regole fondamentali per sistemare comodamente la propria automobile in una città angusta come Genova.

1. Dove c’è un alberello, meglio se contenuto da un’aiuola di cemento, c’è anche un parcheggio. Funziona un po’ come per i funghi “spia”, quei funghi di poco conto che indicano all’esperto fungaiolo la presenza di un porcino. Prendiamo due esempi come quello del silos di Salita della Provvidenza, sopra la stazione Principe, e la linea Maginot di via Caffaro. Hanno strutture architettoniche diverse, nonostante si richiamino evidentemente all’architettura militare della seconda guerra mondiale. Il primo (foto) è una grande casamatta seminterrata, formata dall’assemblaggio di nudi blocchi cementizi a forma di parallelepipedo, con sporadiche feritoie metalliche; il secondo è un megaparcheggio a più piani, un po’interrato e un po’ no, con gallerie. I due parcheggi, novità degli ultimi cinque o sei anni, presentano però una caratteristica comune: sui loro tetti, formati da una sobria colata di cemento, compare una curiosa ricrescita vegetale. Un’ “area verde” fatta di piante vere che sembrano finte, visto che campeggiano in aiuole di cemento sistemate sopra un parcheggio di cemento. È l’excusatio non petita del costruttore o, se vogliamo, la sua foglia di fico? Oppure si tratta dell’ennesimo riferimento alle fortificazioni militari tramite un’equivoca operazione di mimetismo urbano?

2. Dove c’è un eccessivo assembramento di alberi, sorgerà presto un parcheggio. Soltanto, abbiate un po’ di pazienza. I parcheggi genovesi, infatti, crescono rigogliosi nei pressi di parchi o giardini; ancora più vigorosi al loro interno. Si è parlato tanto, ma forse non abbastanza visti i risultati scoraggianti, del caso del parcheggio dell’Acquasola: un’idiozia a quanto pare ineluttabile che svela una sorta di inerzia costruttivista delle amministrazioni comunali genovesi che si sono succedute a partire dal 1988. Fino al paradosso di un Comune che attualmente dichiara di non volere questo matrimonio forzato tra un parco e un parcheggio che, comunque, evidentemente, “s’ha da fare”. Si è parlato molto poco del caso di Villa Gruber. Anche qui un parco con tanto di vincolo ambientale, già circondato da una serie di parcheggi privati, accoglierà al suo interno un bel po’di automobili. Meraviglie dell’inconscio costruttivo del Comune o irresponsabile volontà di decimare il verde pubblico?

Domande di difficile risposta, ne converrete. Domande che, tuttavia, mi insinuano un desiderio. Scrivere una storia dell’arte dei parcheggi, dalle stentate origini in cui era ingiustamente sottomessa all’arte dei giardini – provate ad immaginare un signore rinascimentale che preferisce una maxistalla ad un giardino all’italiana - ai ben più fulgidi giorni nostri, in cui le reni dei giardini pubblici vengono sistematicamente spezzate. Potrebbe essere il fiore all’occhiello della storiografia patria genovese. Dovrebbe cominciare così: « Le prime testimonianze di parcheggi a cielo aperto compaiono in alcune pitture murali egiziane del 1500 a.c.: qui si scorgono le piazzole di sosta circondate da file di alberi di acacia e di palme. Tracce fondamentali di una tradizione di parcheggio pensile (l’odierno silos a più piani) vanno probabilmente collocate nella Babilonia del 600 a.c….»
Mi fermo qua, per ora.

Martedì 11 agosto 2009 alle 12:40:27
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