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Ultimo aggiornamento ore 23.17 del 22 Novembre 2017

Il ritorno di Cavasin: «Sono un Fenomeno? Si, e vi spiego perché...»

Il ritorno di Cavasin: «Sono un Fenomeno? Si, e vi spiego perché...»

Genova - Alberto Cavasin nell’immaginario collettivo del tifo sampdoriano non è di certo il personaggio più amato, anzi. I tifosi, a sette anni di distanza, lo ricordano a tratti con ironia, per la gaffe del “fenomeno”. Eppure l’intenzione del tecnico, quel 10 aprile del 2011, era tutt’altra. «Avrei potuto dire “sono fortunato”. La parola “fenomeno” è uscita con questo concetto, è di una banalità unica» ammette l’allenatore trevigiano ai nostri microfoni.

Il motivo di quella gaffe - «Sono stato cacciato già da quando sono arrivato. Perché? Il contesto di quella parola bisognava metterlo sulla domanda. Il giornalista mi chiese se mi stessi sentendo in discussione. Pochi giorni dopo dal mio arrivo, un giornale dedicò una pagina intera all’indiscrezione che la Samp avesse già l’accordo con Delio Rossi per la stagione seguente. Allora io risposi “sono un fenomeno” perché dovevo ancora arrivare, che già avevano preso l’allenatore per l’anno dopo. Ho espresso un concetto non chiaro, però il “fenomeno” era riferito a un contesto che non centrava niente con l’allenatore. Sono sempre stato precario a Genova, “sono un fenomeno” perché erano già tanto per me che fossi arrivato qui. “Sono un fenomeno” per dire cosa vuoi che sia, che stanno pensando di mandarmi via».

La chiamata inaspettata - «Non mi aspettavo di arrivare alla Sampdoria. Mi aspettavo di andare al Cesena. Poi, la partita tra Sampdoria e Cesena fu vinta dai romagnoli e come un fulmine a ciel sereno venni chiamato dalla società blucerchiata. Era un’opportunità che non mi aspettavo, poiché nessuno pensava ad un cambio di guida tecnica. Era più il Cesena in difficoltà in quel momento. Quando arrivò la chiamata della Sampdoria bastarono poche ore per accordarsi. In quel momento, da esterno, la valutazione che davo alla Sampdoria non era così drammatica, passatemi il termine. Era una squadra che aveva difficoltà sì, ma dava l’impressione che si sarebbe salvata tranquillamente».

I motivi del crollo - «Quando sono entrato ho capito che c’era un disagio immenso, che non avevo mai trovato altrove. Sia a livello societario, che tecnico. C’era disagio, pesantezza, depressione. Ma c’erano anche problemi tecnici. Le punte per un motivo o per l’altro non le avevamo, c’erano diversi infortunati. Ma il grave problema, che poi io non riuscii a dare, non è tanto a livello tecnico quanto a livello emotivo. Non sono riuscito a dare la carica emotiva, che mi aspettavo. Nella mia carriera di allenatore sono subentrato tante volte, anche in squadre che erano ultime in classifica. Per me era normale allenare squadre che si giocavano la permanenza nella massima serie. A Genova, invece, trovai una disperazione che altrove non avevo mai trovato. Abbiamo perso a Catania e i giocatori piangevano a fine partita, dalla disperazione. Non so cosa avrebbero fatto per venirne fuori, avevano un attaccamento tale che li portò a una disperazione esagerata. È quello che ci ha affossato. Perché così era tutto l’ambiente. Vivevo l’incubo e questo ci ha tirato sotto. Ci siamo tolti energie. E io che venivo chiamato a dare energie, ho dato le energie che avevo, ma non sono bastate. Eravamo troppo presi. Dal troppo amore, vivevamo il dramma invece che l’amore. Noi come squadra, i tifosi - nella loro sofferenza - erano avviliti e disperati».

La Samp di oggi - «I risultati sono frutto di una squadra che ha trovato una sua struttura di gioco, con qualità nei reparti. Ho visto sinora una Samp valida, che sta molto bene in questo momento. Nonostante le importanti cessioni, i giocatori che sono partiti sono stati sostituiti da ottimi giocatori, quasi più bravi. Secondariamente, il valore dell’allenatore è indiscutibile. Con il fattore, non trascurabile, che sta lavorando su quanto di buono imbastito l’anno scorso. Si vede la sua mano».

Chi avrebbe fatto comodo alla Samp di Cavasin - «Sono tanti i giocatori che mi piacciono in questa Samp. Praet per me è un calciatore di valore, per importanza e prospettiva. Ma gli stessi Torreira e Ramirez, sono giocatori che hanno quel qualcosa in più. Si fa fatica poi a non dire Quagliarella, Strinic e Zapata. Questa è una squadra molto importante. Nel reparto difensivo si vede notevolmente la mano dell’allenatore, ma anche come singoli sono calciatori d’alta classifica».

Dove migliorare - «Le squadre si possono sempre migliorare. Ma credo che si faccia fatica a migliorarla. Si possono prendere calciatori di prospettiva, ma anche in panchina ci sono elementi importanti, decisivi nei momenti clou. Mi viene in mente Alvarez, che ha segnato da subentrante domenica scorsa. Sono sicuro che, se ci saranno delle opportunità importanti, la Sampdoria si farà trovar pronta».

La solidità societaria -«La società oggi si è data una struttura, mentre la Samp che allenavo io era in fase di evoluzione cadente. Finché non c’è stato il cambio societario, non c’è stata una dimensione della Samp. Oggi abbiamo una società che ha in ogni ruolo societario delle persone valide, che c’erano anche allora, ma la differenza sostanziale è che a differenza di allora c’è un progetto. I vasi sono comunicanti, la società è armoniosa ed equilibrata nei ruoli. E questo è fondamentale per la squadra. Oggi la Sampdoria ha questo ed è fondamentale averlo».

Dove può arrivare - Chi ha continuità tira fuori i frutti. Io penso che già quest’anno, ma anche nei prossimi anni, troverà quella dimensione idonea alla sua storia. Ossia, lottare per l’Europa. Già quest’anno, se una di quelle sette-otto tentenna, sono convinto che possa beneficiarne, più di Torino e Atalanta. Perché la Samp ha struttura, ha continuità, ha giocatori che possono consentirle di fare il salto di qualità».

Venerdì 29 settembre 2017 alle 19:21:59
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