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Le storie fotografiche di Kubrick | Foto

Le storie fotografiche di Kubrick<span class=´linkFotoA1Articolo´> | <a href=´/fotogallery/Stanley-Kubrick-a-Palazzo-Ducale-36_1.aspx´ class=´FotoVideoA1´>Foto</a></span>

- “Penso che la miglior trama sia quella che non sembra affatto una trama. Mi piace l’inizio lento, quello che si insinua sotto la pelle del pubblico e lo coinvolge…” affermava Kubrick nel 1960. Eppure questo già si nota in modo evidente nelle fotografie in mostra al Ducale fino al 25 agosto, e scattate molto prima, tra il 1945 e il 1950, quando collaborava, giovanissimo, con la rivista Look.
Seguire il lustrascarpe Mickey per Brooklyn o l’attore Montgomery Clift inquieto tra le mura di casa, è come assistere a un cortometraggio che coinvolge magicamente. E questo avviene con chiunque sia protagonista, anche inconsapevole, delle suoi scatti. Per esempio non si stanno semplicemente guardando delle persone sedute nella sala d’attesa del dentista: si sta vivendo il momento con loro, se ne percepiscono la tensione, la noia, il timore del dolore e il desiderio di andar via. C’è un’intera sequenza cinematografica in quei dettagli, in quei particolari delle gambe, vicine, incrociate, chiuse, e dei volti, che leggono il giornale, che fumano nervosamente, che sono assorti nei propri pensieri.
Infatti non a caso Kubrick sosteneva l’impossibilità di essere buoni registi se prima non si è esperti fotografi.
E in questi circa 160 scatti emergono sia la sua maestria sia quelli che saranno i temi che lo accompagneranno durante tutta la vita e che trasporrà sulle pellicole cinematografiche.
Appunto da queste fotografie, divise per sezioni con un titolo, come quello di una storia da raccontare e da seguire con lo sguardo, si può meglio capire il Kubrick regista e osservare attraverso il suo obiettivo la rappresentazione che ha dato dell’umanità, ora con tenerezza, ora con ironia, ora con timore.
In particolare colpisce l’amata New York vissuta attraverso la vita delle persone comuni, come Mickey, che viene seguito durante una tipica giornata, tra il lavoro di shoe-shiner e i giochi con gli amici, e la folla variegata che popola la metropolitana, nel reportage Life and love in the New York subway.
Palese è lo sguardo preoccupato e insieme ironico nei confronti della potenziale pericolosità della scienza, attraverso i ritratti, al limite del caricaturale, dei professori della Columbia University intenti a effettuare esperimenti in laboratorio (con l’evidente richiamo ai film Il Dottor Stranamore).
Della violenza diceva: “L’uomo è l’assassino più reiterante” e la violenza si pratica direttamente attraverso la boxe o la si esercita nascondendosi dietro a maschere e apparenze; ed ecco gli scatti che appunto ritraggono il pugile Rocky Graziano e i clown del circo (che non possono non richiamare film come Berry Lindon, Arancia meccanica ed Eyes Wide Shut)

Geniali invece, per il tipo di inquadratura, le foto allo zoo: il punto di vista è quello degli animali in gabbia.
Non a caso lo scatto delle scimmie che osservano il pubblico gli varrà la copertina di Look. Inevitabile pensare alle scimmie di 2001 Odissea nello spazio e Spartacus. Lo stesso accade, ma con prospettiva inversa, nelle foto scattate all’orfanatrofio, in cui lo sguardo è quello del fotografo che ritrae una bambina dietro le sbarre del lettino. Ma il tema resta lo stesso: il contenimento delle forze
della natura.
Infine sono coinvolgenti gli scatti che hanno per protagonisti il mondo delle star del cinema e il jazz.
Le prime, come Rosemary Williams, viste con sguardo critico e disincantato, il secondo con la passione di chi si lascia travolgere dal ritmo e dalle note del Dixieland Jazz (anche in questo caso il richiamo è ad Eyes Wide Shut con il pianista jazz e la parola d’ordine “Fidelio”).

Per approfondire il lavoro di Medea Garrone clicca qui

Domenica 18 agosto 2013 alle 13:30:10
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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