Notizie cronaca genova Liguria News TeleNord Genova Post Sanremo News Riviera Sport Savona News Savona Sport Città della Spezia
LA REDAZIONE
telefono redazione 010 8935042
fax redazione 010 8934973
Ultimo aggiornamento ore 11.00 del 21 Gennaio 2018

Gita sul Monte Fasce a una settimana dal Grande Incendio | Foto

Gita sul Monte Fasce a una settimana dal Grande Incendio<span class=´linkFotoA1Articolo´> | <a href=´/fotogallery/Gita-sul-Monte-Fasce-a-una-settimana-6_1.aspx´ class=´FotoVideoA1´>Foto</a></span>

- Guardiamo e viviamo gli incendi come fossero dei fuochi d’artifizio. Siamo rimasti tutti a bocca aperta a guardare le lingue di fuoco che, a valanga o in fila indiana, scendevano minacciosamente dal Fasce o dal monte Moro verso la città. Uno spettacolo pirotecnico, addirittura più emozionante perché più realistico.
Siamo ormai educati a concentrare le nostre attenzioni sulle origini dell’incendio, colpose o dolose che siano. E scatta la caccia all’artefice del grande artifizio, il piromane, con annesse le varie e spesso inverificabili teorie del complotto. Strategia della tensione. Il colpevole va trovato subito. In questo caso, poi, ci è stato fornito anche un grottesco diversivo narrativo. E cioè: il fuoco è stato appiccato involontariamente e colposamente da quattro operai del Cimitero di Nervi che avevano pensato bene di bruciare un po’ di vecchie bare.

Sebbene mediaticamente efficace, la concezione dominante, spettacolare e complottistica, dell’incendio come fuoco d’artifizio ha però il difetto di trascurare due aspetti cruciali legati al fenomeno dei roghi boschivi: quello della prevenzione (e dello stato di salute del nostro patrimonio boschivo) e quello della reale entità del danno. Si è parlato anche del danno, certo. Ma, come sempre in questi casi, mi è rimasta l’impressione che lo si sia fatto un po’ troppo freddamente, da ragionieri, senza offesa per questa stimabilissima classe professionale. Ci sono state fornite le cifre delle porzioni di territorio colpite dalle fiamme: tra i 300 e gli 800 ettari di bosco e macchia mediterranea danneggiati. Forse, mi sono detto, è che non amo l’ettaro come unità di misura, lo trovo troppo catastale, per nulla familiare. È un’unità di misura diversa da quella utilizzata per le case, per le città; un’unità di misura che crea una distanza affettiva tra noi e i territori boschivi. In breve, a me fa molto più effetto pensare che un ettaro equivale a 10000 metri quadrati, cosa che tendo volentieri a dimenticare, e che quindi sono bruciati 8 milioni di metri quadrati di bosco, oppure otto chilometri quadrati.

Ecco perché ho sentito il bisogno di capire meglio, di vederle da vicino, queste centinaia di ettari bruciati. Ecco perché ho deciso di fare una scampagnata domenicale al parco urbano del Monte Fasce e Monte Moro.

Sulla strada che da Apparizione porta al Monte Fasce, l’effetto ottico della comparsa della cenere è fulmineo. Le variazioni cromatiche di un bosco al principio dell’autunno, i verdi accesi che si fanno gialli, i marroni e i verdoni, le punte di porpora e di rosso, tutti i colori settembrini cedono improvvisamente alla dittatura cromatica del nero più funereo. I monti sono neri, con striature orizzontali date dall’emergere del substrato di rocce chiare. Nudi e glabri. Lunari e vulcanici. Soltanto qualche arbusto ha resistito, stoico ed eremita. Alcuni alberelli hanno fatto barriera, e si sono salvati più per solidarietà che per miracolo.
“Ma qui non ci sono i grilli. È brutto. Dai, nonno, torniamo dall’altra parte.” Sento queste parole di un bambino al nonno che si era fermato a scrutare in silenzio un orizzonte di morte, sul ciglio della strada. Per un attimo penso che prima del fuoco, di grilli, ce ne dovevano essere anche lì, e in grande quantità. Allora penso alla strage dei grilli. All’olocausto dei lombrichi. Allo sterminio delle formiche. Mi commuove l’idea dell’agonia delle vipere, morte silenziosamente nelle loro tane.

Rimango interdetto quando vedo, in una scarpata, un motorino incendiato, accanto ad un filare di pini trucidati dalle fiamme. Che diavolo ci fa, lì? Mi chiedo. Ma non ho ancora visto nulla. Lascio la macchina in una grande piazzola, approssimativamente ai piedi dei ripetitori della RAI. Scavalco il guardavia per fare due passi sull’erba nera. La sensazione inizialmente dominante è quella olfattiva: l’odore è quello penetrante di un enorme posacenere. Poi mi abituo, ed è la vista ad aver la meglio. Per terra, una distesa di rifiuti, abbrustoliti ma ancora ben riconoscibili: bottiglie, perlopiù di vetro ma anche di plastica, scatolette, lattine, persino qualche siringa perversamente modellata dal calore delle fiamme. Ma non ho ancora visto nulla. Credevo di trovare un deserto muto, invece a poco a poco i corpi martoriati dei monti mi raccontano i segreti più inconfessabili della loro nudità. Il monte nudo mi sussurra la sua Verità sul Grande Incendio. Le sue parti intime sono crivellate di segni, di tracce umane. Ecco, come una rivelazione, il vero significato della dizione “Parco Urbano”. Nemmeno il fuoco è riuscito a purificare il monte dalla schifosa e indecente presenza dell’uomo, suo vicino di casa. Mi guardo intorno, in direzione levante. Tutto nero. È bruciato tutto, per chilometri e chilometri. Il mio sguardo è poi catturato da un canalone, in cui scorgo alcune chiazze bianche, e molte chiazze color ruggine. Mi stropiccio gli occhi, non voglio credere a quello che la mia retina sta mettendo a fuoco, lenta ma inesorabile. Sono macchine, carcasse di automobili parcheggiate in mezzo alla scarpata. È un piccolo sfasciacarrozze, un sepolcreto a cielo aperto, un parcheggio gratuito per automobili morte ammazzate (non credo si tratti di suicidio: immagino che laggiù non ci siano finite da sole, anche se sarebbe ben più suggestivo). Saranno una trentina. Una cascata di lamiere. Alcune mi ricordano le fotografie dei mezzi militari abbandonati dai soldati di Saddam nel mezzo del deserto iracheno, a guerra del Golfo conclusa. Mi avvicino. Non ci sono solo macchine. C’è anche qualche motorino, qualche palo della luce divelto, e più in là una forma di parallelepipedo che potrebbe essere un frigorifero.

Ho fatto questa gita per tentare di comprendere la reale entità del danno, per elaborare concretamente il lutto dopo il grande incendio, ma mi sono imbattuto, con ineffabile sgomento, nel fondamentale problema della prevenzione, della mancata tutela del patrimonio naturale, della violenza cieca dell’essere umano sulla Natura, dell’emblema visivo di un rapporto impossibile, come in un aforisma di Guido Ceronetti: «La Terra non rimpiangerà l’uomo, né l’Uomo la terra. Una coppia troppo litigiosa, che con le sue urla disturbava gli astri vicini.»
L’unico barlume di speranza, in queste zone vulcaniche, ha il colore lillà dello zafferanetto ligure, un fiorellino che fa capolino sull’erba nera, sola forma di vita in un deserto di disperante abbandono.

Lunedì 14 settembre 2009 alle 15:00:52
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fotogallery

Notizie Genova






























Uffici redazione: Palazzo Ducale, primo piano del cortile maggiore
Piazza Matteotti 9, 16123, Genova - tel. (+39) 010 8935042 fax (+39) 010 8934973

Per la tua pubblicità su Genova Post sfoglia la brochure

Privacy e Cookie Policy

Liguria News