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Ultimo aggiornamento ore 18.30 del 18 Gennaio 2018

Le sventure della Lettura ai tempi della Dittatura Catodica

Le sventure della Lettura ai tempi della Dittatura Catodica

Genova - Il Governo Italiano sprona gli italiani ad avvicinarsi alla lettura. Me ne sono accorto per la prima volta quando, passando in stazione a Principe, ho notato cinque cartelloni appesi nell’atrio. L’immagine è così composta: nel verde idilliaco di una radiosa campagna italica, un bambino moro con la maglietta bianca sta sussurrando qualcosa all’orecchio di una bella ragazza dalla bionda treccia, mentre le porge un fumetto (“Super Oz”) e un libro (“L’alfabeto degli animali”). Anche la ragazza è vestita di bianco, e ha tutta l’aria di gradire l’offerta del simpatico bambino: sorride e guarda lontano, con occhi azzurri e sognanti. Lo slogan di questa che tecnicamente viene definita “campagna di comunicazione”e che, data la sua innegabile finalità edificante, sarebbe miope e riduttivo definire pubblicità, è questo: “Leggere è il cibo della mente…Passaparola”. In basso compaiono anche poche righe di didascalia che, in sintesi, ci dicono quanto è bello- e utile- e importante- e divertente - leggere, perché leggere è un modo di informarsi, di crescere, di conoscere il mondo. Compare anche il timbro della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a sancire l’ufficialità dell’operazione. Fa parte della “campagna” anche uno spot televisivo, in cui, nella stessa natura verdeggiante, insieme ai due personaggi della fotografia, compaiono anche una bambina, un giovane uomo, una donna, e un’anziana signora. Sono tutti presentati nell’atto di sussurrarsi qualcosa all’orecchio passandosi dei libri. Sono tutti castamente vestiti di bianco, come Lele Mora in “Videocracy”. Gli intenti e il registro nobile della campagna m’impongono di risparmiarvi facili ironie sull’atmosfera zuccherosa, da Mulino Bianco, che si respira in questa serie di immagini. Preferisco farmi qualche domanda. Che spazio ha la lettura in questa Italiuzza teledipendente? Come ovviamente intenderete, si tratta di una domanda che potrebbe generare vagonate di saggi, documentari, polemiche, dibattiti ecc. Quindi non sarò certo io a darvi una risposta, se non di striscio, in queste poche righe.
M’interessa soprattutto un’altra questione, che proverò ad affrontare brevemente: che immagine ha della lettura e dei lettori il governo italiano? Che cosa ne pensa? Come li vede?
A dispetto dei malpensanti disposti a scommettere sul fatto che il Governo dell’era “videocratica” considera sostanzialmente dei menomati le persone che leggono con assiduità, a dispetto di chi pensa maliziosamente che il potere televisivo dei nostri governanti abbia irrimediabilmente ghettizzato e compromesso la cultura del libro, questa immagine fotografica e lo spot televisivo da cui proviene, sono concepiti per mostrare tutto, ma proprio tutto il contrario. Si sa che il linguaggio pubblicitario raramente conosce le mezze misure. Fa le cose in grande, anche a costo di farsi prendere un po’ la mano.
Concentriamoci per un attimo sulla ragazza della fotografia. Il suo volto ingenuo, candido e, si direbbe, pieno di buona fede, fa pensare alla descrizione che il “divin marchese” De Sade ha fatto della sua eroina Justine: «Questa fanciulla aveva una fisionomia completamente diversa da quella di Juliette; se nei lineamenti dell’una si notava artificio, malizia e civetteria, in quelli dell’altra si mostrava pudore, delicatezza e timidezza. Un aspetto verginale, grandi occhi azzurri molto espressivi, una carnagione luminosa, una figura sottile ed esile, un tono di voce commovente, denti d’avorio e bei capelli biondi; tale il ritratto di questa affascinante fanciulla, dalle grazie ingenue e dai lineamenti deliziosi e troppo fini e delicati per non sfuggire al pennello desideroso d’immortalarli.»

Nel romanzo di Sade, Justine era presentata in tutto e per tutto come una fanciulla virtuosa, quasi santa. Questa letterale somiglianza visiva con la ragazza della campagna di comunicazione ci porterebbe ad una prima risposta alle domande che ci eravamo fatti. La cultura dominante tivùcratica sta schiacciando l’antica civiltà della lettura? Manco per idea. Non sta schiacciando proprio un bel niente, né i libri, né la lettura. Anzi, sta idealizzando e sacralizzando le figure dei lettori: li sta proiettando, come nello spot, in un mondo superiore (più che parallelo) fatto di verginelle e abatini, putterelli e zitellette, illibate matrone e pii consorti (o forse cugini, come nelle storie di Topolino, dove si sa, sono tutti zii e cugini). Più che promuovere semplicemente l’immagine dei lettori, la purifica dalle deiezioni della realtà, tanto che i lettori sono rappresentati come altrettante allegorie della Virtù. I nobili intenti della campagna di comunicazione si rivelano talmente nobili che non riescono a fare a meno di beatificare il lettore e la lettura. Questa pubblicità (chiamiamola almeno pubblicità progresso) evoca proprio la Virtù con la V maiuscola: un immaginario integerrimo che è un teorema applicato della virtù. Una virtù qualsiasi si potrebbe personificare nella ragazza della foto, così come le virtù si cristallizzavano nel personaggio di Justine del Marchese de Sade.

Purtroppo, c’è un problema, e sta tutto negli esiti di questa costruzione. Per chi non lo avesse ancora letto, nel romanzo Justine è una fanciulla che, trovandosi improvvisamente povera e orfana, sceglie la via di una vita radicalmente virtuosa. Purtroppo questa scelta le procurerà un’infinità di disgrazie di ogni genere. “Il benessere si accompagna al crimine e la sventura alla virtù”, è il teorema su cui Sade architetta la sua storia. Nel romanzo infatti Justine ha una sorella: Juliette. Juliette è l’esatto contrario di Justine: sceglie da subito una vita viziosa e persino perversa, che le garantirà nel giro di poco tempo libertà, ricchezza e potere.

Ora, pensandoci un poco e forzando un po’ la mano secondo gli stilemi del marketing contemporaneo, la televisione viziosa e zozzona dell’arrivismo erotico che porta al successo e alla fama anche in politica, la televisione del “basta apparire” a tutti i costi dei culi e delle tette, degli addominali a tartaruga e delle labbra a canotto, dei tatuaggi tribali e delle tribù che ballano al ritmo di notizie da cronaca nera, la televisione scoria radioattiva, più che spazzatura, di cui, anche prima che il documentario “Videocracy” ce lo rivelasse con grande efficacia emotiva, avevamo avuto forzato sentore; ecco, questa televisione finisce ai miei occhi per assomigliare in maniera irresistibile alla malizia, all’artificio, e alla civetteria di Juliette, oltre che alla nostra società contemporanea. Juliette è la cultura televisiva italiana degli ultimi vent’anni. La cultura del libro è la sua sfortunata ma virtuosa sorella. Il parallelo può funzionare soprattutto se consideriamo en passant lo stato reale e non idealizzato della cultura del libro e dei valori della lettura nell’Italia contemporanea. E ancor meglio se consideriamo quello che resta di una cultura che dovrebbe affondare le sue radici nell’istruzione, quindi nella scuola e nell’università: e che invece, a forza di tagli e mazzate legislative, a forza di cervelli in fuga e cervelletti in quarantena, finisce per sprofondare in un palinsesto da quarta serata. O peggio, finisce per prendere la consistenza evanescente di un’immaginetta votiva, come in questa costosa (più di due milioni di euro) campagna mediatica. Da Santo a Martire, il salto è tutt’altro che lungo.

Lunedì 21 settembre 2009 alle 15:00:28
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