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Ultimo aggiornamento ore 18.50 del 23 Gennaio 2018

Sacro Padano Impero

Sacro Padano Impero

- Nelle sue più recenti profezie il segretario del PD diceva che il vento della Francia sarebbe arrivato in tempo per le elezioni regionali, e invece il vento della Francia ha preferito deviare verso le Azzorre dove ha raggiunto il suo vecchio amico Anticiclone che gli ha offerto una cena a base di gamberetti. In compenso sul Bel Paese ha preso a spirare la frizzante brezzolina dei tempi che furono: potete vedere sulla destra del teleschermo i caldi miasmi del Medioevo che spifferano gagliardi sull’Italia centro-settentrionale e anche a Genova non scherzano.
Mentre dalle viscere della città sbucava fuori la Chiesa di San Vittore risalente all’anno Mille, dalle viscere di un anonimo cittadino è fuoriuscito l’inchiostro fecale con cui era miniata una lettera d’insulti per la Curia di Genova. Un caso? Proprio per niente, gli spurghi del Medioevo sotterraneo possono avere le forme delle antiche chiese ma anche purtroppo quelle delle più tradizionali formule ingiuriose, nelle quali il basso-corporeo aveva un ruolo di tutto rispetto.
Ma il bel venticello dell’età di mezzo soffia anche nelle alte sfere della società, nelle zone abitate da oratores e bellatores per intenderci.

Le ragioni di questi mutamenti climatici sono un po’ complicate e forse risalgono a qualche tempo fa. Io le riassumerei così.

Da quando il Grande Feudatario mostrò chiaramente di preferire le dame di corte ai suoi moniti di principio, Bonifacio Ottavo si ritrovò senza cavallo. Senza cavallo la sua vita divenne un inferno, visto che non poteva andare da nessuna parte a diffondere il suo VERBO AMMONITORE e anzi le sue ammonizioni rimbalzavano contro il muro del convento e gli ritornavano indietro costringendolo a fare autocritica. E se c’era una cosa che non gli andava giù alla sua età dopo averne viste tante era proprio quella di fare autocritica, e figurarsi se gli veniva voglia di assumersi le sue responsabilità di fronte alla legge terrena, che non aveva mai riconosciuto neppure dopo una vita passata a tentare di infilarci le sue più gravi esortazioni. Non gli era rimasto al povero Bonifacio che un vecchio scudiero, un saraceno infedele immigrato e clandestino che però tutto sommato era un bravo cristo che si accontentava di uno stipendio di due SCATOLETTE al giorno, una di tonno e una di mais. Fu proprio lo scudiero infedele immigrato e clandestino che vedendo Bonifacio in grossa difficoltà tempestato com’era di moniti autocritici per certe vicende scabrose di giovanetti che bazzicavano il convento, gli suggerì di mettere su un bando per una giostra. Sul bando stava scritto che il vincitore della giostra avrebbe avuto l’onore di regalare un puledro di razza al povero Bonifacio.
Ma alla giostra non si presentò nessuno, un po’ perché era tempo di carestia e nessuno voleva privarsi di un cavallo di razza, un po’ perché in tempo di carestia tutti erano indaffarati a procacciarsi la pagnotta; non si presentò nessuno soprattutto perché senza cavallo Bonifacio non era riuscito ad appendere il bando al di fuori delle mura del suo convento. E così nessuno pensava più a Bonifacio, tutti si erano dimenticati della sua esistenza divenuta all’improvviso triste e solitaria. Allora allo scudiero infedele immigrato e clandestino, ma tanto intenerito dalle grame condizioni del suo padrone, venne in mente l’idea straordinaria di mandare un piccione viaggiatore verso le contrade del nord, dove stavano i più valorosi cavalieri sempre impegnati in guerre fratricide, che erano gente che amava tanto i cavalli ma amava ancor più il menar le mani. Il caso e le correnti d’aria vollero che il piccione viaggiatore finisse proprio sulla spalla di Alberto da Giussano il più valoroso tra i cavalieri del Nord, il più ricco possidente di cavalli, e il più lesto nel menar le mani. Conoscendo la gente del nord presso cui aveva lavorato in fabbrica quando era giovane, lo scudiero infedele immigrato e clandestino aveva escogitato uno stratagemma per rendere la giostra di Bonifacio più appetibile. Sulla pergamena legata alla zampetta del piccione viaggiatore stava scritto infatti che la grande carestia che aveva provocato le guerre fratricide era colpa di CERTE PILLOLE abortive che un tale Barbarossa, diabolico farmacista del turno serale di una bottega sul lago di Como, aveva introdotto di soppiatto da un non precisato paese d’Europa: diceva la pergamena che erano state le pillole abortive seminate NOTTETEMPO nelle vaste pianure settentrionali a far nascere e prosperare la zizzania portatrice di sciagura tra i popoli del nord. L’unico modo per sconfiggere la piaga consisteva secondo la pergamena nell’offrire in dono un cavallo allo stesso Bonifacio, che si sarebbe così degnato di scrivere di suo pugno una preghiera apposta contro le pillole abortive. Alberto da impulsivo qual era non ci pensò due volte a precipitarsi da Giussano verso il convento di Bonifacio che stava nell’Italia Centrale, ma al momento della partenza si accorse che le pillole abortive avevano fatto il loro effetto e tutti i suoi cavalli erano morti dopo avere mangiato la zizzania. Siamo da capo, anche Alberto era rimasto senza cavallo.
Ma gli asini invece no, gli asini erano rimasti miracolosamente in vita perché in quel periodo erano casualmente a dieta. Alberto decise quindi di mandare i suoi migliori ronzini di razza padana, Toca e Laia si chiamavano, a prendere Bonifacio per condurlo da lui. Gli asini miracolati svolsero la loro missione tempestivamente nonostante le grandi distanze e nonostante Bonifacio Ottavo avesse storto un po’ il naso ai ronzini perché lui aveva chiesto un cavallo.
Bonifacio e Alberto si incontrarono a Giussano per elaborare un piano contro le pillole maligne. Fu presto fatto, PUNTO PRIMO sgozzare quel tale Barbarossa farmacista, PUNTO SECONDO appendere la preghierina di Bonifacio in tutti i villaggi in triplice copia, PUNTO TERZO falciare la zizzania e sminare il territorio delle pianure dalle pillole assassine. Il punto primo non fu attuato perché quel tale Barbarossa proprio non si trovava dato che in effetti era stata un’invenzione dello scudiero infedele immigrato e clandestino: si trovò però una sedicente moglie del Barbarossa che per punizione venne data in sposa ad Albertino il figlio dodicenne e ritardato del grande Alberto. Il punto secondo fu eseguito alla perfezione, tutti gli ammanuensi del nord scrissero sotto dettatura di Bonifacio che “NESSUNA OMBRA, per quanto grave, dolorosa, deprecabile, può annullare il bene compiuto da tantissimi sacerdoti”, così alla fine nelle grandi pianure c’erano migliaia e migliaia di pergamene appese dappertutto sugli alberi sulle case sulle chiese. C’erano insomma più pergamene che erbacce e zizzania, e i bambini recitavano la preghierina a memoria, e gli anziani che sapevano leggere la leggevano a ripetizione e quelli che non sapevano leggere la ascoltavano con attenzione invece di GIOCARE ALLE CARTE. Bonifacio era di nuovo felice perché tutti recitavano le sue preghierine e i suoi moniti tornavano a rimbalzare nella testa delle persone e la fase autocritica era ormai scongiurata. Alberto da Giussano però era stato l’unico fra i cavalieri ad accorgersi che il contenuto della preghierina non aveva niente a che vedere con le pillole e la zizzania, e infatti le pillole e la zizzania continuavano a prosperare ma ora prosperavano anche le pergamene con le preghierine di Bonifacio. E qui arriviamo al terzo punto perché Alberto non voleva mica farsi fregare da Bonifacio, quindi gli impediva di tornare nel suo Convento nell’Italia Centrale. I due strinsero un patto solenne, Bonifacio sarebbe tornato al Convento solo se si fosse impegnato sul serio con le pillole. E così arriviamo al finale romantico di questa storia: a cavallo dei rispettivi anacronismi, Alberto da Giussano e Bonifacio Ottavo si incamminarono mano nella mano per LAVORARE SUL TERRITORIO; percorrevano le campagne avanti e indietro, Bonifacio lanciava moniti a destra e a manca, mentre Alberto batteva i ronzini e controllava che i loro zoccoli duri calpestassero tutte le pillole abortive che incontravano. In questa grande opera erano aiutati dai contadini del nord appiedati che avevano smesso di coltivare la terra per dar la caccia alle pillole infernali. In breve tempo la zizzania e le pillole furono eliminate dalla faccia della pianura, restava però la proliferazione delle pergamene con le preghierine di Bonifacio, ma ormai Alberto aveva imparato a conviverci.
Così vissero tutti felici e contenti. Tutti tranne il povero scudiero infedele immigrato e clandestino che venne scorticato e sgozzato da Alberto da Giussano in persona quando, tra una preghiera, un monito e un festeggiamento, venne a sapere da Bonifacio che quell’ometto dall’aria tanto mite era in realtà un saraceno infedele immigrato e clandestino, che era proprio tutto quello che Alberto detestava anche più della zizzania, delle pillole abortive, delle sciagure e delle carestie messe insieme. È TRISTE PENSARE che per festeggiare la fine della carestia col suo padrone, lo scudiero infedele immigrato e clandestino aveva rinunciato al suo viaggio annuale alle Azzorre dove sarebbe stato ospite del suo vecchio amico Anticiclone che aveva sempre pronte delle nuove ricette per cene a base di gamberetti.


Domenica 11 aprile 2010 alle 10:00:11
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