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Ultimo aggiornamento ore 18.30 del 18 Gennaio 2018

Il simbolismo delle nuove “fasce deboli”

Il simbolismo delle nuove “fasce deboli”

- E’ un’idea provocatoria, ma pur sempre un’idea, proporre una estensione dell’attuale categoria delle “fasce deboli”. Idea e provocazione entrambe insite e comprese nel sano principio secondo cui alcune cose valgono la nostra contrizione; altre, invece, irriverenza.

A tal proposito ed in coerenza all’assunto, oltre le categorie sociali appellate convenzionalmente “deboli”, si propone similmente di appellare “debole” una nuova categoria emergente e densamente frequentata, che scopro e rispecchio in alcuni versi della Cvetaeva: “Passante, cammini a me somigliante, gli occhi puntando in basso”.

Questi “passanti dagli occhi in basso” identificano la nuova categoria, contraddistinta ed imbesuita dal sacro stigma del social. Eccola, ciondolante e a capo chino, mentre scorre il display dell’onnipresente smartphone ed espone tatuaggi gladiatori e seduttivi piercing.
Categoria tragicamente “debole”: di una debolezza che promana dall’introiezione di un omologante ed invalidante simbolismo: tale da rendere la presente narrazione ben altro che patetica nostalgia del “vecchio” o becera contrapposizione al “nuovo”.

E’ con evidenza osservabile una cosmetizzazione sociale da parte di una asservita folla addomesticata che avvera, a modo proprio, un’espressione attribuita a Pascal: “é necessario inebetire”.

A costituire questa folla, intervengono, suadenti e sinergici fattori, “l’industria culturale dei media” e “il rischio della comodità”. La prima, con la sua dotazione di gloriosi e contagiosi feticci di matrice tipicamente consumistica; il secondo, con la sua imperante e venefica ignavia individualista.

Questo sfilacciamento del tessuto sociale ha altresì crogiolo nell’anomia morale, nella considerazione che “la mancanza e l’abbondanza di beni sono in un certo senso equiparabili se svincolati da ideali e valori” (cit. L.Fruggeri). Rimosso giocoforza ogni istinto ribelle, non mi resta che avviarmi ad una misurata ed obbligata conclusione, prendendo comodamente in prestito una frase di Senancour: “Se all’uomo è destinato il nulla, facciamo almeno in modo che ciò sia un’ingiustizia”.

Domenica 10 luglio 2016 alle 10:30:55
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