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L’utopia palazzinara di Google Street View

L’utopia palazzinara di Google Street View

- Passeggiavo sul ciglio dello stradone che porta a Redondo Beach. Mi era venuta voglia di vedere l’Oceano ma la luce abbagliante rendeva la strada più lunga del previsto. “Faccio un salto a Central Park”, mi sono detto, “me ne vado al fresco, vicino al laghetto”. Eccomi qua. Ma tanta natura mi ha presto annoiato. In cerca di sensazioni forti, mi sono catapultato sul ponte dei Frati Neri sul Tamigi, quello delle acrobazie di Roberto Calvi. Un’atmosfera tetra nonostante la bella giornata. L’estemporaneo pellegrinaggio in uno dei luoghi simbolo dei cosiddetti misteri d’Italia ha proiettato, chissà perché, i miei desideri verso un luogo più dinamico e affollato: Times Square, per esempio. Dapprima ho guardato intorno a me, poi dal basso all’alto, verso le vette dei grattacieli. Ho avuto le vertigini. Tutti quei cartelloni luminescenti mi stordivano. In cerca di un po’ di umanità ho girato a destra, sulle Ramblas, finché non sono sbucato nel piazzale del Centre Pompidou, dove da sempre bivaccano bande di caricaturisti, mimi e musicisti, un po’ scassati ma simpatici. Più scassati che simpatici, in questo caso. Snervato, ho preso la Sopraelevata e me ne sono tornato a casa.

Le righe che avete appena letto non rappresentano la trascrizione di un sogno, né la prima esperienza di un uomo col teletrasporto. Se mi sono dilungato nel descrivere una piccola e schizoide escursione che ho fatto ieri mattina in meno di mezz’ora, scomodamente seduto su uno sgabello davanti al computer, è perché mattinate e percorsi del genere sono potenzialmente all’ordine del giorno, da quando alle cartine dettagliatissime e alle riprese satellitari Google Maps ha affiancato la funzione “Street View”. Per chi ancora non ne avesse sentito parlare, si tratta di un nuovo funambolico dispositivo di visualizzazione topo-foto-grafica a 360° che permette di percorrere con gli occhi e col mouse una discreta parte del mondo urbanizzato. Le campagne di fotografie a tappeto, indispensabili a questo servizio, hanno preso il via nel 2007 negli Stati Uniti. Poi, a poco a poco, anche le principali città europee hanno cominciato ad essere virtualmente visitabili e visivamente disponibili. Genova è quindi fra le principali città europee.

A inizio giugno infatti, Street View è ritornata a Genova per completare l’opera iniziata nel novembre 2008. Le immagini del centro storico saranno presto in rete, immagino. Intanto, sarà capitato a qualcuno di voi di incrociare nei vicoli un triciclo da gelataio con un macchinario fotografico sistemato al posto delle granite. Beh, se vi è capitato, sappiate che lo sguardo di quell’apparecchio è ben più potente del vostro. Rassegnatevi (o esaltatevi) all’idea di fare ormai parte integrante dell’arredo urbano – seppur con il volto sfuocato e irriconoscibile tipico dei figli dei VIP quotidianamente paparazzati sulle spiagge vacanziere. A proposito, pagherei oro per sapere a che cosa stava pensando il simpatico vecchietto immortalato mentre punta il dito verso l’obiettivo, in Spianata Castelletto.

Grazie a Street View, tutte le vie, le piazze e i monumenti delle città del mondo saranno nel giro di qualche anno accessibili e “navigabili” on-line. Questo è il sogno di Google. Se però mettiamo da parte gli entusiasmi ludici, enciclopedici, progressivi e commerciali che SV può generare, possiamo provare a ragionare brevemente su questo nuovo “servizio”.

Vorrei sottolineare soltanto tre aspetti del funzionamento di Street View. Punto primo: ad essere fotografati sono le città e i luoghi più antropizzati. Strade di campagna o luoghi naturali dove non esistono strade faranno difficilmente parte di questo progetto.
Punto secondo: Street View procede per sezionamento e frammentazione: le immagini di una città diventano scomponibili in miliardi di fotoframmenti, in plotoni di dettagli.
Punto terzo: Street View agisce per omologazione. Le immagini delle città più disparate sono realizzate secondo la stessa prospettiva stradale, lo stesso taglio, la stessa sensibilità robotica. In questo senso mi vien da pensare che l’uniformità di sguardo dell’occhio meccanico e la potenziale ubiquità resa possibile all’internauta che si ritrova improvvisamente tutto il mondo urbanizzato a portata di click, stanno cominciando a costruire nel nostro immaginario una maxicittà formata da pezzi di Los Angeles, New York, Londra, Genova, Parigi, come nel mio viaggetto mattutino. Mi chiedo quindi, con una buona dose di inquietudine, se gli occhi robotizzati delle “Google Cars” non stiano meticolosamente fabbricando una sorta di Megalopoli Globale dell’immaginario.

Ma forse sto esagerando. Intanto, mi rassicura sapere che per fortuna in Italia e in Liguria le ruspe sono reali, e il cemento è concreto, anche se a volte gracilino. Alla maxi città penseranno, e ci stanno già pensando, i tanto vituperati palazzinari, che come sempre badano al so(l)do.
Eppure, mi resta un pensiero pruriginoso. Mi pare che l’utopia enciclopedica e illuminista dello scibile tutto accessibile e navigabile della combriccola di Street View, produca sul piano dell’immaginario qualcosa di simile a quello che l’italica (e non solo) cementofilia produce nella realtà: tutto il mondo NON è paese. Tutto il mondo è, o sarà presto, città.

Martedì 18 agosto 2009 alle 15:00:33
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