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Ultimo aggiornamento ore 22.42 del 21 Gennaio 2018

La "Vedovanza affettiva"

La `Vedovanza affettiva`

- Numerose questioni affollano la nostra testa. Si assiepano e si accalcano, come una interminabile fila di auto imbottigliate nel traffico.

Per fisiologica urgenza e naturale compensazione, su alcune di tali questioni vorremmo trovare definitive risposte, pur consapevoli della loro e nostra insita provvisorietà e di una mutevole interpretabilità. Su altre, preferiremmo soprassedere in attesa che il tempo, in qualche modo, contribuisca alla soluzione.

Il presente è insidioso ex se. Intrinsecamente incerto. Occorre una buona dose di personalità (e di fortuna) per farvi fronte, per “resistere agli urti della vita”, citando un brano di Luca Carboni.

Il desiderio di cose materiali e fungibili, fondamento per ricercare e raggiungere l’illusione del successo, unito ad uno “stato cronico di non adattamento” (cit. V.Andreoli) si riducono e si compongono nel progressivo distacco dagli altri, in una vera e propria condizione di vedovanza affettiva.

Un’omologazione morale che oppone rabbiose fazioni e alterne reazioni ad una ineludibile, inconfessabile routine.

Vacuo e disperatamente nel trend: la precarietà intellettiva si autoalimenta nella ricorsività e nella protensione ossessiva per stereotipi uniformanti. Sottrarvisi è sforzo ciclopico, spesso inefficace, tuttavia reagire e sopravvivere divengono fasi inevitabili.

Sembrano trascorsi secoli, in realtà pochi anni, da quando, nella mia campagna emiliana, mi sedevo accanto al contadino che, dopo il lavoro nei campi, con calma antica, con movimenti lenti e misurati, si preparava ad intagliare un nuovo bastone di legno, conducendo il suo pensiero ad esclusivo compimento dell’azione.

Ritagliare spazi dedicati a sé stessi, ri-conquistare la “libertà” smarrita, sono ormai imprese vane, calate nella frenesia urbana. La direzione pare irrimediabilmente compromessa.

Un utilizzo salubre del tempo risulta ormai inattingibile, così drammaticamente programmato, sagomato e segmentato.

Ad ogni buon conto, la saggezza della vulgata “c’è del buono in ogni cosa, basta trovarlo” contrasta con un dubbio inquietante, ben traducibile ed attualizzabile con una frase del Manzoni, che riecheggio per ulteriore riflessione: “Il buon senso c’era, ma si teneva nascosto, impaurito dal senso comune”.

Domenica 9 ottobre 2016 alle 10:00:12
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