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La recensione: Arancia Meccanica di Anthony Burgess

La recensione: Arancia Meccanica di Anthony Burgess

- Ci sono libri che fanno la storia della letteratura ma sono rarissimi quelli che fanno anche la storia della cinematografia. “A clockwork orange” è sicuramente uno degli esempi più lampanti dei romanzi che hanno centrato questo binomio: uscito nelle librerie del Regno Unito nel 1962, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1969, col titolo fedele a quello originale “Un’arancia a orologeria”, è stato riadattato per il grande schermo da Stanley Kubrick nel 1971 che la portato a diventare, da libro di grande successo a una pietra miliare della cultura cinematografica mondiale. Ancora oggi, dopo quarant’anni, è forte il dibattito sugli effetti cha ha avuto il romanzo, ma ancor di più il film, sulla società di quell’epoca; un prodotto che ha segnato un’intera generazione facendo riflettere sui reali effetti della violenza e, soprattutto, sull’importanza di poter scegliere.

Alex è un 'eroe' dei nostri tempi: un teppista sempre pronto a tirar fuori il coltello, capo di una banda di duri che ogni sera, sui marciapiedi dei sobborghi, ripete il gioco della violenza: rapine, stupri, scassi, assalti ai negozi, scontri con altre bande. Finché Alex, che si interessa solo a Beethoven, viene tradito dai suoi amici durante una delle tante sue imprese. Le terapie di rieducazione, non meno violente, lo ridurranno a un'arancia meccanica, in balia delle sue antiche vittime, in una girandola di situazioni grottesche e paradossali.

Il romanzo può essere diviso in tre parti distinte: nella prima, che si potrebbe chiamare senza dubbio “violenza”, viene abilmente mostrato il personaggio principale, Alex, il “Vostro narratore”, come ama definirsi egli stesso all’interno del racconto. Alex è l’incarnazione stessa del male, rappresenta quello che c’è di più violento nella nostra società: stupri, rapine, pestaggi, tutto ciò che compie gli provoca estremo piacere e soddisfazione. E’ il più giovane della sua banda, solo 15 anni, ma la sua forte personalità lo porta ad esserne il leader; caratteristica che lo porterà a farsi odiare dai compagni.
La seconda parte è quella della punizione, la condanna a quattordici lunghi anni da passare in carcere, che saranno ridotti a due, però passati subendo violenza fisica e sessuale da parte di altri detenuti, fino all’ “esperimento” per il recupero dell’individuo attuato dallo stato, che porterà il giovane Alex a sottoporsi ad un programma di rieducazione e reinserimento che lo trasforma, portandolo a rifiutare non solo l’“idea” della violenza ma anche il solo pensarla, che scatena dolore e un rifiuto condizionato di quest’ultima.
Il personaggio viene trasformato in un individuo privo di libertà di scelta: diviene egli stesso vittima dei sopprusi di cui prima era artefice, sopprusi che lo porteranno a tentare il suicidio.
La terza ed ultima parte del libro è il ritorno al passato, il vecchio Alex cresciuto, oramai diciottenne sceglie di ricominciare con una nuova banda, a seminare violenza; ma è un personaggio nuovo quello che Burgess ci presenta nel finale del libro: Alex nel corso della narrazione cambia, cresce interiormente ed evolve con l’incalzare della trama raggiungendo, alla fine, un equilibrio che lo porterà a combattere la violenza con la violenza.

Eccezionale è la parola che ritengo più adatta a descrivere questo romanzo. La lettura è incredibilmente coinvolgente: ambientazioni, dialoghi e lo straordinario linguaggio utilizzato da Burgess sono una pietra miliare della letteratura del ‘900. A dir poco geniale l’utilizzo del Nadsat, slang creato dallo stesso autore, che mischia l’inglese con numerose influenze russe (eccezionale la traduzione italiana che riesce a trasmettere le stesse emozioni dell’originale). Estremamente violento, ma di una violenza che fa riflettere. Delineato benissimo il personaggio principale e la sua condizione familiare, il rapporto con la famiglia e le istituzioni.
Il titolo originale del romanzo è Arancia a Orologeria (“A Clockwork Orange”) ma l’editore (Einaudi), ha preferito conformare il titolo del romanzo a quello del film: “Arancia Meccanica”, caso più unico che raro nella storia dell’editoria, solitamente piuttosto conservatrice ed orgogliosa.


L’AUTORE:

Anthony Burgess, pseudonimo di John Burgess Wilson (Manchester 1917 –Londra 1993)
è stato uno scrittore, critico, letterario e glottoteta britannico, attivo anche come compositore librettista, poeta, drammaturgo, sceneggiatore, giornalista, saggista, traduttore ed educatore. È considerato uno dei più grandi autori inglesi del Novecento. Laureato in letteratura e filosofia, fu insegnante oltre che in Inghilterra, anche in Malesia e visse e lavorò anche nell'Asia sudorientale, negli Stati Uniti, nell'Europa mediterranea e a Roma in particolare.
Mentre era al fronte in Oriente, tre disertori americani, nel 1942, in una Londra squassata dai bombardamenti nazisti, si resero protagonisti di un "crudele atto di violenza" ai danni di sua moglie. Come ammette lui stesso "ritrarre la violenza (nel libro appena recensito) doveva essere un atto catartico e caritatevole insieme". Critico letterario, esperto conoscitore di musica, uomo di interessi molteplici e sperimentatore di linguaggi, è stato tra gli autori inglesi più prolifici e tradotti. Nei suoi numerosi romanzi l’uomo è il tema centrale: l’individuo minacciato dalla violenza, vittima di condizionamenti ideologici che ne limitano la libertà, oppresso dalla macchina dello Stato.
Tra le sue opere: “La dolce bestia”, “MF”e “Trilogia Malese” editi da Einaudi; “Il seme inquieto”, Il dottore è ammalato”, “Notizie dalla fine del mondo” editi da Fanucci.
Da ricordare anche la trilogia “The Long Day Wanes” (1956), il ciclo di romanzi comici “Enderby” e “Gli strumenti delle tenebre”.

TITOLO: “ARANCIA MECCANICA”
TITOLO ORIGINALE: “A CLOCKWORK ORANGE”
AUTORE: ANTHONY BURGESS
EDITORE: EINAUDI
PREZZO: 11,00 €

Domenica 24 maggio 2009 alle 10:30:24
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