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Ultimo aggiornamento ore 17.25 del 21 Gennaio 2018

Liberi di pensare: noi siamo Charlie Hebdo

Liberi di pensare: noi siamo Charlie Hebdo

- "Trovo ci sia un limite alla satira": con questo pensiero, semplice e schietto, Carlo Delnevo, padre di Giuliano, il ragazzo genovese convertito all'Islam e ucciso in Siria un anno e mezzo fa in uno scontro a fuoco, getta nella spazzatura quattrocento anni di storia.
Una lunga evoluzione, faticosa e cruenta, che ha portato la vecchia Europa fuori dalle secche dello scontro religioso e la ha dato le sue vesti attuali: un'evoluzione che non tutti hanno colto, che fatica, per quanto sembri impossibile, a collocarsi nella mente umana. 
Non giustifica la mattanza, il signor Delnevo, ci mancherebbe, ma inconsapevolmente si spinge persino più in là, fino a radere al suolo gli stessi pilastri sui quali poggia la civiltà occidentale. 
Nel 1618, e sono ormai passati circa quattro secoli, si apriva in Europa il più grande conflitto religioso nella storia dell'umanità: spaccatasi un centinaio di anni prima a causa (o grazie) delle tesi di Martin Lutero, la cristianità accecata dall'odio aveva ripreso seriamente (come del resto era già accaduto in Francia con gli Ugonotti o al confine con l'Italia, con i Valdesi) a dividere il mondo in buoni e cattivi. Non si trattava di una crociata in senso letterale, come quelle che avevano esaltato Luigi il Santo o Riccardo Cuor di Leone: era una battaglia fratricida, una lotta tra vicini di casa che adoravano lo stesso Dio ma pregavano in modi diversi. 
In trent'anni una gigantesca porzione del popolo tedesco fu sterminata e la sete di sangue si placò solo riesumando una formula un po' appiccicaticcia, il vecchio "Cuius regio eius religio": è il Principe che detta l'unica religione ufficiale di uno Stato, chi se la sente la professa, chi non se la sente emigra. 
E' il secolo successivo a determinare le innovazioni filosofiche più significative in questo campo, il settecento dell'Illuminismo e delle rivoluzioni.
E' proprio in Francia, nei salotti di quella stessa Parigi che oggi piange le sue vittime, che l'Europa scopre per la prima volta il piacere di essere laici: è sui maestosi boulevard che presto il barone Haussmann farà spianare che si forma la coscienza dell'uomo moderno, che nasce il principio secondo cui siamo tutti uguali davanti alla legge e che ognuno di noi è libero di esprimere le proprie opinioni.
Ci vorranno la Rivoluzione, la controrivoluzione al Terrore e poi una rabberciata Restaurazione per farci elaborare e rielaborare quegli insegnamenti, per digerire queste dottrine. Per crederci come abbiamo creduto in Dio.
Ciclicamente qualcuno, lo hanno fatto i regimi sanguinari del novecento e lo fanno i movimenti estremisti oggi, cerca di retrodatare le lancette della storia e ci spinge a credere che per la nostra difesa, per la nostra purezza, per un imprecisato senso del rispetto, la libertà di espressione debba essere limitata.
E che ci siano dei temi, quelli religiosi (ma allora perché non quelli politici o calcistici o dinastici o etnici?), sui quali non si possa neppure scherzare.
Questa negazione del diritto al sorriso, questa pretesa di silenzio rispetto alle grandi questioni che scuotono le coscienze, è un colpo d'arma che ferisce quanto una pallottola.
I nostri antenati sono morti per renderci liberi da questa arretratezza e la nostra civiltà non si lascerà sopraffare da coloro che vogliono chiudere a chiave le nostre idee.
François-Marie Arouet, che a scuola abbiamo imparato a chiamare Voltaire, ci ha lasciata una lezione che risuona più forte dei colpi di kalashnikov: “Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente”.
Io sono sono Charlie Hebdo, il mio giornale è Charlie Hebdo, tutti siamo Charlie Hebdo: siamo liberi e tolleranti. Vogliamo giustizia per delle vittime innocenti ma non scenderemo in piazza a chiedere teste, non ordiremo crociate contro nessuno. Continueremo a pensare e ridere senza nessuna limitazione.
Siamo convinti che sia valsa la pena arrivare fino qua e pensiamo che coloro che non sono d'accordo con noi resteranno presto o tardi affascinati dalle mille opportunità che una mente libera può aprire.
Io penso sia giusto che voi siate liberi di pensare come lo sono io. Pensateci.

Giovedì 8 gennaio 2015 alle 17:50:44
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