Il concetto natalizio del “dono”

- Anche quest’anno, il Natale non ci ha colto impreparati. Ci siamo fatti trovare ben attrezzati di nuovi accessori, devoti all’implacabile protocollo consumista. Abbiamo affrontato l’estranea folla con chisciottesca audacia, nel liturgico obiettivo di acquistare i regali (quelli che eventualmente le finanze familiari hanno consentito).

Sia come sia, tutto si può dire delle festività natalizie salvo che siano state intimamente festose, laddove la condizione è rimandata ad un contesto sociale che, visibilmente, esprime ben altro che gioiosità. Fatto salvo, ovviamente, quella esteriore e quella iconica e rigorosamente commerciale, di una ridente, se non irridente, pubblicità.

Le “feste” sono state “festose”, quindi, in forza degli alberi addobbati nelle piazze, delle luminarie lungo le strade, dei caroselli musicali e di ogni altra effusione scenografica.

In verità, il “Natale” avrebbe anche bisogno di un tempo diverso per esprimere il proprio senso religioso (dal latino, religere: riflettere). In modo da assegnare all’umano, iper-accelerato e cronofago, un maggiore spazio intimo di riflessione rispetto a quello odierno, tutto devoluto all’esterno, all’altro da sé.

Per infausta coerenza, come modelli di vita, la “twitteratura” surclassa la letteratura, l’indifferenza spadroneggia ed affligge la convivialità. Tuttavia, malgrado l’evidenza, il ritmo non rallenta.

Dinanzi ad una pubblicità indifferente ed implacabile che promuove, tra l’altro, nuove forme di “gioco” (pur avvertendo dell’incombente pericolo dell’azzardo-patia) e dopo aver faticosamente radunato familiari & regali sotto l’albero, lancia in resta, affrontiamo il periodo natalizio.
Nel contempo, seppur in balìa di questo naufragio, si affronti anche l’opportunità di praticare un concetto di “dono” (forse) più meritevole e più allineato all’originario significato del “Natale”.


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