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Ultimo aggiornamento ore 11.15 del 20 Maggio 2019

L'equivoco del presente

Di Massimiliano Barbin Bertorelli

L´equivoco del presente

- Rischia di infrangersi come un’onda su uno scoglio la nostra idea performante del futuro. E non diversamente rischia anche l’idea nostalgica del passato.

In buona sostanza, è prudente ed opportuno oggettivizzare che l’unico tempo destinato all’esistenza individuale è il presente, nella misura in cui il passato non è che riformulato ricordo ed il futuro economica immaginazione.

Cosicché, per sintesi delle circostanze quotidiane, dinanzi a stati ipermnestici ed a riflessioni performative, il senso compiuto del nostro vivere accade sempre e comunque nel preciso momento e nel preciso luogo in cui agisce il presente.

Nessuna progressione, nessun avanzamento, nessuna testa di ponte su traguardi che non possano trovare stabile radicamento in tale estensione.

Ogni affanno diversamente orientato rasenta il superfluo e, sotto molti aspetti, il dissennato. La scelta ideale della propria “collocazione” é quindi presto stabilita: ogni eventuale, possibile passo alternativo attende inesorabile l’estraniazione, vista la fragilità dei presupposti.

Pertanto, se anche fosse nostro dichiarato intento richiamarci alla moda del momento, avviando un’accelerazione cronofaga nella costante protensione di essere altro ed altrove, di non riconoscersi nel luogo e nel ruolo che occupiamo, rinunceremmo all’idea centrale del presente, della vita in sé.

La costante attesa di un epocale cambiamento, di un “successo” gratificante atteso per via collaterale, deflette il “presente” dal novero dei desideri esprimibili ed esaudibili.
Il sacro voto pagano del padroneggiamento, del dominio sul domani, diventa il sostanziale insuccesso dell’oggi, riunendo in sé una moltitudine di aspettative già disattese
ab ovo.
Riscontrando la premessa, pare essere l’equivoco il luogo prediletto dell’essere umano: il luogo ove la condizione di possibilità revoca alla realtà la propria condizione.

Malgrado tutto, la superiorità dell’uomo non si rappresenta. Così, si può dedurre in Nietzsche, quando sostiene che “gli animali vedono nell’uomo […] l’animale infelice”.

L’ “equivoco” dell’oggidì si colloca in questa tensione pentatletica: in un “demone dell’attivismo” (scomodando Goethe) tutto proteso all’esterno. Tanto estroflesso da estro-mettere l’uomo da se stesso.

Domenica 10 marzo 2019 alle 12:00:59
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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