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Ultimo aggiornamento ore 22.25 del 21 Agosto 2019

L'ingerenza dell'invidia

Di Massimiliano Barbin Bertorelli

L´ingerenza dell´invidia

- Non vogliamo di certo d-eludere la nostra poderosa smania di volere.

Poniamoci quindi in religiosa osservanza, ad esempio, dello slogan “è bello avere tutto”, utilizzato in una recente pubblicità di un noto marchio di telefonia.

Tuttavia, concentrarsi quotidianamente su tale vanaglorioso slogan, implica lo spasmodico oggettivismo del concentrarci su noi stessi, in cui non è prevista altra attenzione se non sull’individuo stesso, secondo le canoniche modalità di una logica narco-consumistica.

Sia come sia, la questione tende per conseguenza fisiologica a smottare in una forma di egotismo, nell’esclusione di ogni pensiero estraneo alla sfera immacolata di propri bisogni.

Questo “individualismo di massa”, oggi imperante, non può certo agevolare le relazioni, se non di quell’unico tipo che identifica a priori una propedeutica dimensione di utilità. A tal proposito è pertinente ed eloquente la considerazione di W.Bion: “l’invidia impedisce il rapporto conviviale”.

Senza demonizzare oltremisura certe dinamiche ordinariamente econometriche, là dove ogni idea di relazione pare soggiacente all’idea del tornaconto, diretto od indiretto, va tuttavia stigmatizzata la necessità di far decantare gli elementi anti-sociali di cui tale intruglio si compone, a favore di elementi pro-sociali.

Se valutassimo sommariamente cause ed effetti di quel malessere quotidiano che perclude, preclude e de-spontaneizza le necessarie relazioni inter-individuali, non tarderemmo a riconoscerne nel fenomeno la torbida intrusione dell’invidia, che malgrado tutto non sempre costituisce complemento dell’individualismo.

Una cosa, infatti, in un’ottica letteralmente “individualista,” è dedicare a proprio prioritario vantaggio ogni tipo di relazione sociale; altra cosa è voler “non-vedere” (dall’etimo del verbo “in-vidiare”) i possibili vantaggi di altri, collocando ogni rapporto nel mercato della competizione, non di rado iperbolica e senza esclusioni di colpi (anche apoplettici).

Diciamo che insiste, per un verso, un individualismo non colpevole, un individualismo di matrice “evangelica”; insiste, per l’altro, un individualismo miope, compulsivo, che tralascia persino il proprio vantaggio in nome dello “svantaggio” di altri: sulla falsariga del “cane dell’ortolano” di Lope de Vega che non mangia l’insalata ed allontana chiunque se ne avvicini.

Domenica 9 giugno 2019 alle 12:15:24
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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