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Ultimo aggiornamento ore 07.05 del 24 Ottobre 2019

La politica del disprezzo

Di Massimiliano Barbin Bertorelli

La politica del disprezzo

- Trascuro, in questa circostanza, di entrare nel merito di personali valutazioni circa l’operato politico cui, democraticamente, siamo costretti a partecipare, in qualità di cittadini-spettatori.

Trascuro altresì ogni affezione partitica, ogni senso di appartenenza, ogni commento su possibili alleanze e su ogni temporaneo organismo che ne riassume transitoriamente le ideologie, mutevoli e proteiformi.

In parallelo a questa “torre di Babele”, in cui le scissioni e le unioni si avvicendano freneticamente e disfano ogni previsione, anche contraddicendo le affermazioni apodittiche del giorno prima, pongo attenzione su certe dinamiche d’opinione, che spadroneggiano nei media.

In tal senso, qualsivoglia autorevole rappresentante di partito, chiamato ad esprimersi pubblicamente, non si risparmia in sarcasmo e disprezzo nei confronti dei con-tendentie del loro operato.

In presenza di tale liturgia, ricorsiva in ogni crisi di governo ed in ogni chiamata alle urne, la disputa si gioca nella direzione dello schiamazzo da stadio, della contumelia, dell’insulto, della denigrazione.

Non è pensabile condurre alcunché a pacifico compimento, la composizione di governo tanto quanto un tribuna televisiva, senza assistere ad un effluvio di termini, sguaiati ed arroganti, circa l’incapacità degli “altri”: salvo che questi “altri” siano nel frattempo diventati alleati con una nuova identità politica.

Diciamo che il vocabolo “onorevole” è ormai obsoleto, da modificare, non solo nel numero di componenti, ma anche nell’onore che, etimologicamente, gli era stato assegnato.

Sia come sia, la rappresentazione dell’uomo di governo e/o di partito è tragicamente identificabile nella furbizia dell’eloquio, nella scaltrezza di anticipare le mosse altrui, nella capacità tattica di ottenere comunque consenso o di non perderlo per strada: quindi, in buona sostanza, nel conservare la poltrona.

L’idea che la politica la si intenda in buona parte formata da questa “categoria furbesca” è un radicamento culturale in cui ravviso, oggi più che mai, l’inadeguatezza intellettuale.
Possiamo forse pensare che le sorti di un Paese siano salde nelle mani di chi sa congegnare meccanismi efficienti di consenso, di chi è impegnato nel costante conteggio delle percentuali di voto e dei “like” ottenuti, di chi critica in maniera sistematica l’operato altrui? Forse si, forse no.

Il discredito reciproco diviene quindi “la” regola del confronto, quantomeno nelle pubbliche esternazioni: ciò ulteriormente condensa la scarsa considerazione che, sotto sotto, la “politica” riserva alla pubblica opinione, al “popolo sovrano”.

L’aspetto di “considerare la maggioranza degli uomini stupida dipende dall’atteggiamento del potere: se ripone aspettative più nella stupidità o in altro”, citando Bonhoffer, merita, oggidì, una attenta civica riflessione proprio sulla politica.

Ritengo in tal senso che, anche il solo assistere ad un cambiamento nell’esprimersi, sarebbe già un motivo serio per sperare in una politica diversa. Tuttavia, al presente, tale speranza pare mal riposta.

Domenica 8 settembre 2019 alle 10:30:56
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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