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Ultimo aggiornamento ore 21.25 del 11 Dicembre 2019

La prassi dell'ingratitudine

Di Massimiliano Barbin Bertorelli

La prassi dell´ingratitudine

- Nei labirintici anfratti familiari in cui ancora spazia la parte superstite dell’agire affettivo, non è sempre facile vedere apprezzato, né apprezzare in prima persona, un bonario intento. Una forma di diffidenza occupa, invade, insospettabilmente, anche questi luoghi protetti.

A maggior ragione, non è facile metabolizzare, in tale privata e ridossata condizione, che possa sussistere merito per chi, parte dello stesso asse relazionale, si estraneizza dalle incombenze familiari, rendendo sporadica, e quindi più preziosa, la propria presenza.

Nell’ermetismo della descrizione, forse è già possibile riconoscere quella latente prassi dell’ingratitudine, di cui ogni ambito familiare costituisce, non solo storia a sé, ma anche storia generale.

Tra danno e beffe, suscita un ulteriore rimbrotto, una rampogna, colui che, malgrado tutto e tanti, si adopera senza risparmio, quando presuppone a priori il riconoscimento del suo operare.

L’individuo dovrebbe prudentemente emanciparsi da gloriose aspettative, nella misura in cui tanto la propria presenza può essere deprivata di merito, quanto, per inversa proporzione, apprezzata la non-presenza di altri.

Tralasciando i dettagli per cui tale fenomeno si possibilizza, resta la circostanza di concentrarsi, ed in ciò trovar consolazione, nella propria qualità affettiva in-sé e per-sé.

Traducendo il concetto, adatto la riflessione di William Blake: “l’uomo è incapace di baciare la gioia quando passa” ed includo in essa le dinamiche affettive familiari.

Per estensione, l’aspetto si replica non di rado tra le pieghe sgualcite dell’educazione, della sensibilità, dell’indole. Poiché, se è naturale che lo slancio sincero alla generosità si auto-alimenti in chi ne ha attitudine e, per questo, mai demorda, è altrettanto naturale che di ciò non ne sia sempre dato adeguato riscontro.

Estremizzando, il rovinare miserevole è un destino possibile per ogni afflato spontaneo, giacché incorre anch’esso, con discreta frequenza, nell’incomprensione, quando non nella critica; all’opposto, il “dis-impegno” tende a sottrarsi a tale increscioso epilogo, in quanto contiene già in sé il ripiego consapevole in nome dei propri manchevoli presupposti.

Alla luce dei fatti, ogni buon proposito, nella composizione dell’azione umana, sconta eccessive aspettative e mette in conto uno sbiadimento nel gradimento.

D’altro canto, non è una novità, visto che (anche) Nietzsche sosteneva quanto “l’umana gratitudine si manifesti non comprendendo i propri benefattori”.

Domenica 23 giugno 2019 alle 11:10:00
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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