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Ultimo aggiornamento ore 15.00 del 15 Ottobre 2019

Se così fosse (Ma non è)

Di Massimiliano Barbin Bertorelli

Se così fosse (Ma non è)

- A meno che non si abbia a che fare con ricette di cucina, per le quali è usuale miscelare tra loro i singoli ingredienti, in tutti gli altri casi è meglio non con-fondere e tenere separate le parti.

Per esempio, evitare di con-fondere il “valore professionale” delle persone con un corrispondente “valore umano”.

Tali “valori”, infatti, non necessariamente si riflettono con perfetta simmetria: non sono un palindromo, un parola che si legge uguale da entrambi i sensi.

Ed anche se una quota di aspettative tende ad insinuarsi in noi per opinione comune, giacché, ribadisco, capita di associare a titoli professionali una quota di titoli e virtù morali, ritengo prudente disapplicare il puntuale rigorismo e dismettere l’esigenza estetica da cui deriva.

A tal proposito, meglio prevedere un iniziale prudente divario, pur riconoscendo che, soprattutto dinanzi a certuni pubblici riconoscimenti, si è indotti ad adornare il protagonista d’uno strascico di eccellenza.

Postulata la dicotomia, cessi l’assoluta pretesa di tale precisa compenetrazione tra “titoli” & “virtù”: a maggior ragione in una società dell’apparenza, che accredita, a tutto favore dello “spettacolo”, testimonial inconsistenti.

Per analogia, in un simile stato di confusione intuizionale, può diffondersi l’idea che la caratteristica del viaggiatore, l’istinto esplorativo, addensi in sé una “superiorità intellettuale” rispetto alla stanzialità. E che tale caratteristica girovaga esprima un quid-pluris anche nelle dinamiche quotidiane.

Se così fosse (ma non è), sarebbe opponibile una sminuizione della caratura di un Constable, pittore notoriamente stanziale, rispetto ad un Turner, imperterrito viaggiatore. Parimenti, l’esotica inventiva di Salgari parrebbe svalorizzata dinanzi alla sua indole tutt’altro che nomade. Ed inappropriata potrebbe anche sembrare la straordinaria sensibilità di Emily Bronté, visto il pressoché inesistente vissuto sentimentale dell’autrice.

Insomma, relata refero, è la vicenda narratami da un’ insegnante di scuola, nei confronti della quale un genitore, ai propri infondati dubbi di professionalità, collegò pretestuosamente il fatto che non avere figli compromettesse la capacità didattica.

Diciamo quindi che l’individuo va considerato a prescindere dal curriculum professionale. E, se proprio è nostra intenzione assegnargli, per automatismo, una super-erogazione, un iper-travaso di virtù, si tenga sempre in conto la possibilità di restarne, in qualche modo, delusi.

In specie, la circostanza per cui talune “glorificazioni mediatiche” ammantano di simpatia il soggetto, in base ad un “sorriso professionale” o ad una “cordialità a scadenza”, trova ideale localizzazione nel campo-pratica dello “spettacolo”.

Così, se le esposizione mercantili di un prodotto giocano sull’appeal di testimonial, similmente, taluno fervore egalitario, taluna solidarietà di maniera, taluno accreditamento etico, possono disvelare “un gigante dal piede d’airone”, scomodando Ibsen.

Senza erodere la necessaria scorta di fiducia civica, mi avvio ad enunciare l’ipotesi conclusiva, in base alla quale, oggidì, certe “vestizioni” possano limitarsi più alla facciata che alla struttura retrostante che la sostiene.

In perfetta analogia con l’opera “Neverland” di Halil Altindere, cui si rimanda, esposta nella trascorsa Biennale di Venezia.

Domenica 1 settembre 2019 alle 09:45:09
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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