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Ultimo aggiornamento ore 14.00 del 22 Settembre 2019

A chi c'era ma non c'è più: così i genovesi dicono addio al vecchio Morandi | Video

"Ciao gigante"
A chi c´era ma non c´è più: così i genovesi dicono addio al vecchio Morandi<span class=´linkFotoA1Articolo´> | <a href=´/videogallery/demolizione-ponte-morandi-non-esiste-piu-alle-9-38-ha-avuto-fine-la-storia-del-viadotto-2259.aspx´ class=´FotoVideoA1´>Video</a></span>

Genova - Nei giorni scorsi sono stati molti i post sui social - e anche qualche articolo - in cui genovesi e non hanno voluto ricordare cosa abbia per loro significato quello che da poco più di 10 mesi è noto come Ponte Morandi, il viadotto tristemente più famoso d'Italia. Perché - parliamoci chiaro - prima della tragedia in pochi sapevano che quello fosse il suo nome: io stessa da "foresta" l'ho sempre chiamato "Ponte di Brooklyn", così come per molti era semplicemente il viadotto sul Polcevera e per altri - per lo più probabilmente persone che "non masticavano" la zona - non era proprio niente. Quel tragico 14 agosto 2018, però, qualcosa è cambiato: da allora Ponte Morandi lo conoscono tutti. Purtroppo.
Da qualche tempo stavo meditando di raccogliere le impressioni dei genovesi su di lui: cos'era, come lo ricordano, cosa ha - o non ha - significato per loro. E allora negli ultimi tempi mi sono messa lì, di buona lena, e ho iniziato a raccogliere testimonianze di gente vicina a me come di estranei, indistintamente, perseguendo un solo e unico obiettivo: pubblicare un articolo che facesse da "sunto" a questi ricordi. Ma non subito. No, non subito: perché nella mia testa pubblicarlo prima che il Ponte fosse davvero caduto avrebbe conferito al pezzo un significato diverso da quello che mi ero immaginata.
E dunque, ci siamo: dalle 9.38 di questa mattina Ponte Morandi non esiste più. Tra un boato impressionante e non pochi tremori, il vecchio viadotto sul Polcevera ha lasciato spazio a quello nuovo, atteso per aprile 2020. E proprio ora che questo "gigante" ci ha lasciati per sempre, mi sembra il momento giusto per raccontarvi la sua storia, per descrivervi cos'era questo tanto chiacchierato Ponte Morandi attraverso gli occhi di chi, a modo suo, lo ha vissuto.

"Dove i buoni vincono sempre" - «Il primo passaggio sul Ponte Morandi non lo ricordo. In realtà non sapevo neppure si chiamasse Ponte Morandi fino al 14 agosto 2018: per me, come per tante altre persone, era semplicemente il “Ponte di Brooklyn”». Andrea ha 28 anni, e il suo primo incontro con il Ponte di Brooklyn - quello vero - risale all’infanzia, a un pomeriggio non ben identificato in cui, guardando in VHS le avventure di alcuni supereroi, si è imbattuto nei suoi beniamini che «infuriavano in duelli davvero coinvolgenti su quel ponte mastodontico». Ad Andrea - come a molti, me in primis - il Morandi ricordava proprio questo, proprio il Ponte di Brooklyn. «Poco importa che non lo fosse davvero, che mamma – donna puntigliosa – mi ripetesse ogni volta che "No, non è quello di Brooklyn, e non è nemmeno così somigliante"»: per lui, per me e per molti altri quello era il Ponte di Brooklyn genovese. Andrea sul Morandi ci è passato poche ore prima che crollasse, e lì «in macchina, passeggero, ho sperperato quei minuti dibattendo di qualche inutile argomento di attualità». Niente supereroi questa volta, nessun ricordo infantile: «Avrei scoperto il mattino dopo» conclude amaramente «che quella sarebbe stata la mia ultima opportunità di lanciare il mio pensiero a tutta velocità sul Ponte di Brooklyn». Lo stesso Ponte di Brooklyn su cui da bambino ha imparato che «i buoni vincevano sempre».

"Non c'è niente di speciale" - «Non abbiamo molto da dire in realtà, se non forse le cose che per i genovesi sono ovvie» raccontano poi Federica e Lorenzo, genovesi temporaneamente trapiantati a Roma, ma che nel cuore portano sempre la loro città. «Ci siamo passati mille volte» continua Federica «e sinceramente io a questo punto sono un po’ emozionata sia per averlo visto su che per averlo visto crollare: ora spero di riuscire a vederlo rifatto, perché è una delle infrastrutture più importanti per Genova». Ma non basta. «Mi sembra di fare più parte della storia della mia città avendo vissuto in prima persona tutto questo» esordisce a un certo punto: «Chiaro, avrei preferito non si rompesse - come tutti, del resto - e assistere piuttosto alla creazione della stazione spaziale di Genova per i viaggi Genova-Milano, ma purtroppo è andata così». «Noi in realtà non abbiamo storie sul Morandi come molti altri» continua la coppia, «ma quel giorno il crollo lo abbiamo vissuto più o meno come tutti i genovesi». «La mia prof di greco del liceo ci è passata poche ore prima che crollasse» racconta ancora Federica, «il mio medico in quel momento era al casello dell’Aeroporto, una mia amica lo aveva percorso poco prima per andare in ferie: era così parte della vita di tutti che forse tirare fuori una storia non si può. È come se dovessi dire di qualcosa di speciale che è successo a casa tua: la cosa speciale è che non era speciale, era un pezzo di vita e di città».

"Chi parla sotto il Ponte..." - «Da qualche tempo io lavoro a Campi, a circa 400 metri in linea d’aria dal Morandi (o, almeno, da quel che ne resta)» mi dice Cecilia: «Ci passo accanto ogni mattina e poi ogni sera ci ripasso per tornare a casa. Esattamente lo stesso percorso». Quella strada Cecilia, però, la faceva già ben prima di cominciare a lavorare lì: certo, forse non con la stessa frequenza, ma accanto a quel colosso lei ci passava anche prima di quel tragico 14 agosto, quando il volto di quel gigante di cemento e acciaio è cambiato per sempre. «Quando andavo al liceo» racconta Cecilia «prendevo ogni mattina il treno da Pontedecimo a Sampierdarena e - come molti sanno - vigeva per tutti la regola non scritta del "Chi parla sotto il Ponte oggi viene interrogato": il vagone si faceva silenzioso tutt’a un tratto, e tu allora credevi di averla scampata. Il più delle volte non succedeva, però tu lo facevi comunque ogni volta: perché quel "rituale" ti regalava sempre un pezzettino di speranza, anche quando ti tradiva». Una storia come tante, che fa sorridere chi, come me, viene da fuori e di “riti” simili nella sua città ne aveva altri, ben diversi da questo: una storia come tante, ma che - riflessa negli occhi grandi di Cecilia - assume un sapore ancora diverso. Ed è allora che - anche se non li hai mai vissuti davvero - ti rivedi anche tu nei suoi ricordi, quando la senti dire che ancora oggi «ogni mattina, ogni sera abbasso sempre un po’ il volume della musica mentre passo in macchina lì sotto, e tutte le volte mi fermo a pensare che "Chi parla sotto il Ponte…". Lo penso sempre, anche se ci ha traditi un'altra volta».

"Un vicino silenzioso" - «A noi non dava fastidio, ormai era diventato un vicino di casa, un vicino di casa silenzioso e - a modo suo - anche rassicurante». Questa testimonianza è diversa dalle altre, perché è una testimonianza, per così dire, corale: non pensavo quando ho iniziato questa "indagine", ma la maggior parte delle persone che vicino a quel Ponte ci ha vissuto non vedeva la sua presenza con lo stesso "timore" (forse anche in parte reverenziale? chi lo sa) di chi da lì ci passava solo. «Paura non ne abbiamo mai avuta, ormai era diventato un amico... "di poche parole", diciamo. Il 14 agosto ci siamo spaventati chiaramente, ma non abbiamo mai avuto paura a stare qua sotto». Un amico, un vicino di casa: il Ponte per chi lo ha vissuto era una sorta di "gigante buono". Era lì praticamente "da sempre" - o, quantomeno, così sembrava - e la consapevolezza che il momento in cui non lo si sarebbe più potuto vedere fosse sempre più vicina non solo ha fatto loro fin da subito impressione, ma in alcuni casi li ha anche fatti sentire «un po' traditi».

"L'Aeroponte" - «Esistono gli aeroporti. È possibile un aeroponte? Perché è questo che era per me il Ponte: un aeroponte». Alessandro è il più poetico tra i miei intervistati. Per Alessandro «all’aeroporto tu arrivi quando parti o quando ritorni. È la soglia superata la quale sei ufficialmente in viaggio o sei ufficialmente tornato a casa. Ecco cos’era per me il Ponte dell’Autostrada (come lo chiamavo prima di scoprire il suo vero nome): una soglia». Alessandro lo viveva con sentimento il Morandi: quel Morandi che per lui - come per molti, in realtà - era semplicemente "il Ponte dell’Autostrada". Quel Ponte su cui «verso la fine, terminato l’ingorgo, schiacciavi sull'acceleratore e avevi la sensazione di essere un aereo sulla pista: decollavi dolcemente verso ciò che stava per essere». Perché in fondo, il Morandi era anche questo: uno che «sembrava quasi che un po’ ci godesse a darti quella vista unica sulla vallata, come a dirti "Eccoti di ritorno, vedi? Siamo ancora tutti qui"». Fino a oggi, almeno: perché oggi è proprio lui a non esserci più. E nonostante «ce ne sarà un altro di aeroponte adesso, uno giovane, moderno» conclude Alessandro, «a me mancherà sempre la voce di quello vecchio, quella voce con cui lui era sempre lì, pronto a dirti ogni volta "Bentornato a casa"».

"Quel cartello verde..." - Le testimonianze che ho raccolto sono state molte più di quanto mi aspettassi: ho cercato di condensarle e di estrapolare da tutte qualcosa per cogliere appieno i loro "momenti salienti", senza comunque snaturarne la spontaneità. Io stessa ho diversi ricordi legati a quel Ponte. Il Morandi era il viadotto su cui mio papà voleva restare il meno possibile: in macchina lì sopra passava sempre velocemente perché «non mi sono mai piaciuti questi viadotti, mi mettono ansia». A me, però, un po' quel viadotto piaceva. Anzi, mi piaceva proprio tanto. Fin da bambina - da brava "foresta", per l'appunto - quando mi capitava di viaggiare in macchina con i miei genitori ero solita ripetere all'impazzata "Siamo arrivati? Siamo arrivati?" praticamente in loop: non importava la meta, io continuavo finché effettivamente non eravamo arrivati. Quando la destinazione era Genova, però, questo "rituale" un po' molesto non capitava tanto spesso: non capitava perché, quando vedevo il cartello verde "Milano-Livorno" di Ponte Morandi (quello in foto, per intenderci) io lo associavo a Genova, e quindi sapevo che a breve saremmo arrivati davvero. Questo è molto strano in realtà: non ho mai avuto un buon senso dell'orientamento, di solito non riesco a fare questo genere di associazioni tra particolari e strade, non sono proprio il tipo. Col Morandi, però, mi è successo, non so perché. Anche quando da "più grande" il Ponte ho iniziato a vederlo per lo più solo passando col treno sulla Genova-Ventimiglia, ogni volta che i miei occhi incontravano la sua figura "a elettrocardiogramma" la prima cosa a cui pensavo era quel cartello. E quando questa mattina ho sentito il boato e, subito dopo, ho visto le pile implodere - insieme al pensiero per le 43 vittime che per prime hanno udito un boato simile negli ultimi tragici istanti della loro vita - anche lì la prima immagine che mi è balenata in testa è stata una sola: quella del "mio" rassicurante cartello verde, quello stesso cartello che ha tanto colpito la me bambina da non lasciarla mai.

Oggi il Morandi non c'è più. O meglio, ci sono ancora le pile 1 e 2 - quelle vicino alla galleria - mentre la pila 8 continua a svettare tra le aree Ansaldo, ma la loro demolizione non sarà eclatante quanto quella della 10 e della 11, crollate su sé stesse fino ad «adagiarsi sulla loro ombra». Oggi il Morandi come noi lo conoscevamo non c'è più: oggi la sua guardia si è conclusa - volendo romanzare ancora un po' la sua sfaccettata storia - ma il suo ricordo rimane e rimarrà sempre vivido nella mente di tutti.
E allora, per l'ultima volta, ciao gigante: il tuo addio a Genova rappresenta la vera e propria fine di un'epoca. Ciò che è certo a questo punto è che - tuo malgrado - nessuno ti dimenticherà mai. Nonostante tutto, però, resterai sempre il mio "Ponte di Brooklyn" preferito.

Venerdì 28 giugno 2019 alle 16:30:12
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28/06/2019 - Demolizione, Ponte Morandi non esiste più: alle 9.38 ha avuto fine la storia del viadotto



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