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Ultimo aggiornamento ore 21.45 del 21 Aprile 2019

“Cous Cous Klan”: l’ironia di un destino ineluttabile

In occasione dei suoi 10 anni di attività, Carrozzeria Orfeo torna a calcare la scena teatrale genovese con la sua trilogia

Politically incorrect
“Cous Cous Klan”: l’ironia di un destino ineluttabile

Genova - Per festeggiare i suoi 10 anni di attività, Carrozzeria Orfeo ha deciso di portare in tour nei maggiori teatri e festival di tutta Italia la sua trilogia: questa settimana tocca al Teatro Nazionale di Genova, che per l'occasione ospiterà alla Sala Modena Cous Cous Klan (2-3 aprile), Animali da bar (4-5 aprile) e Thanks for Vaselina (6-7 aprile). Ieri sera è toccato a Cous Cous Klan tornare a calcare le scene genovesi con il suo “politicamente scorretto”, specchio di un’umanità disagiata e instabile, il quale è stato sia accolto che salutato - come già accaduto in precedenza - da una serie di applausi decisamente fragorosi.

La trama - Si apre il sipario. Siamo in un’area di parcheggio abbandonata e corrosa dal degrado dilagante, alle spalle di un cimitero fatiscente. Due roulotte sgangherate e una vecchia utilitaria rovesciata campeggiano sul palcoscenico. Le luci sono fioche, tetre: una blu e una gialla. Danno vita a un non-so-che di angosciante. L’atmosfera è quasi spettrale. Sullo sfondo si muovono delle figure. Un fascio più intenso di luci le illumina mentre si spostano al centro della scena: comincia lo spettacolo.
Non c’è acqua ormai da anni: la privatizzazione idrica miete vittime tra i poveri, arricchendo ulteriormente chi di denaro ne ha forse già troppo. Una recinzione divide i ricchi dai derelitti, abbandonati e dimenticati dalla società, chi per un motivo, chi per un altro. In una roulotte vivono Caio (Massimiliano Setti), un ex prete nichilista e depresso, suo fratello Achille (Alessandro Tedeschi), omossessuale e sordomuto, irrequieto e innamorato dello speaker di una radio pirata che accompagna le sue serate solitarie, e la loro sorella maggiore Olga (Beatrice Schiros), sovrappeso, senza un occhio e alla ricerca disperata di un figlio. Dirimpetto c’è la “casa” del compagno di lei, Mezzaluna (Pier Luigi Pasino), un muslim immigrato che lavora come precario e si guadagna da vivere seppellendo rifiuti tossici di giorno e facendo l’ambulante di notte.
L’estremamente instabile routine di questa bizzarra e quasi schizofrenica società “alternativa” comincia a vacillare già con l’arrivo di Aldo (Alessandro Federico), un “borghese” moderno, ex pubblicitario cacciato di casa dalla moglie perché fedifrago. Ma c’è di più. L’equilibrio dell’improbabile gruppo di reietti viene definitivamente spezzato dall’arrivo di Nina (Angela Ciaburri), un personaggio ambiguo, imprevedibile e dal passato incerto, un’anima ribelle e senza freni che sembra, però, sfumare nell’indistinto. Come una polaroid sfocata i cui contorni devono essere ancora definiti.
Al suo arrivo, la ragazza viene presa per psicopatica: parla da sola e i suoi ricordi sono confusionari, privi di un nesso logico, frutto di una mente stanca ed evidentemente provata. Scavando a fondo nel suo inconscio, però, tutto diventa più nitido. Anche se lo scenario che le si para davanti la vede vittima di uno stupro.
Proprio grazie a questo moderno deus ex machina, il dramma umano dei protagonisti inizia ad assumere una piega diversa da quella con cui si è inizialmente presentato al pubblico.
Per vendicare Nina e porre fine al destino di altre donne come lei, vittime passive di un gioco malato di violenza, oltre che a un vero e proprio commercio di “idoli sacri” (disvelato ancora una volta dagli agghiaccianti ricordi della ragazza), l’improbabile Klan mette in scena un arzigogolato piano a base di Cous Cous avvelenato, che permette di togliere il velo di ipocrisia dietro cui si celano le malefatte di una società e di una Chiesa che hanno travalicato ogni qualsivoglia definizione di decenza.
Alla fine, tutto va per il meglio. Ma non basta. Perchè ancora una volta la frustrazione e la disperazione dei protagonisti portano al fallimento del loro tentativo di rivalsa, costringendoli a ricadere nell’iniziale oblio da cui ogni cosa era partita e a cui tutto tende nichilisticamente a tornare.

La pièce - Con questo spettacolo improntato al politicamente scorretto, Carrozzeria Orfeo descrive una società fortemente nevrotica, instabile e rasente la morbosità, quasi fosse affetta da una forma stereotipata di malattia sociale. La chiave di lettura, però, è volutamente e perentoriamente ironica: ai drammi dei personaggi si associano comportamenti caricaturali, battute sarcastiche e continui e ripetuti tormentoni, che certamente suscitano nel pubblico ilarità, ma il cui scopo è ben più alto: portare il singolo spettatore a riflettere su quello che ha visto, su quello che ha sentito. E ci riescono. Perché lo spettacolo nel suo insieme ha un significato sociale forte, ma i comportamenti e le personalità delle singole maschere racchiudono in sé componenti peculiari e caratterizzanti di una società vera, reale, concreta e, volendo, anche un po’ ipocrita: la nostra.
Benché la scena teatrale estremizzi e tenda a stereotipare queste caratteristiche, i riferimenti a una modernità in cui chiunque di noi, nel suo intimo, può (o potrebbe) prima o poi identificarsi rimangono sempre chiari, puntuali, nitidi. Forse anche un po’ in contrapposizione col tanto suggestivo quanto angoscioso buio che ieri sera ha invaso la Sala Modena del Teatro Nazionale di Genova e che ancora oggi la farà da padrona a partire dalle 20.30.

Mercoledì 3 aprile 2019 alle 07:30:08
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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