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Ultimo aggiornamento ore 21.25 del 21 Maggio 2018

«Italia, Europa e Africa hanno un destino comune. Servono una nuova politica della cooperazione e dell’accoglienza»

«Italia, Europa e Africa hanno un destino comune. Servono una nuova politica della cooperazione e dell’accoglienza»

Genova - Il libro e la mostra fotografica “Sao Tomé e Principe - Diario do centro do mundo” di Giorgio Pagano hanno nuovamente fatto tappa a Genova, questa volta al Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo, per iniziativa del Museo e dell’associazione Januaforum.
La mostra sarà visitabile fino a domenica 11 marzo, con lo stesso orario del Museo (martedì-ven.10-17/sab. e dom. 10-18; lunedì chiuso).

Dopo gli interventi di presentazione del libro è intervenuto l’autore: «Il libro e la mostra hanno quindici mesi di vita, questa è la ventiseiesima presentazione. Ho incontrato migliaia di persone. Credo che libro e mostra, nel loro piccolo, stiano dando un contributo a fare avanzare l’idea che Italia, Europa e Africa hanno un destino comune. Anche come antidoto alla paura. Le migrazioni provocano paura, ma anche tante domande su che accade in Africa. Il libro e la mostra cercano di dare delle risposte, nel segno del dialogo, della consapevolezza che Italia ed Europa non possono più essere altre rispetto all’Africa, e viceversa. Io ricordo - ero ragazzo - gli anni Settanta del secolo scorso. Era il periodo della decolonizzazione, in Italia c’era un robusto e diffuso sentimento verso l’Africa, di tutte le culture politiche. Una fase di estroversione che è purtroppo alle nostre spalle. Oggi siamo in una fase di introversione: siamo passati dall’apertura alla paura. In Africa l’Italia è l’Eni, le missioni e le Ong. Ma non c’è lo Stato, non c’è la società civile nel suo complesso. Il libro e la mostra si inseriscono in un tentativo di tornare all’estroversione, all’apertura, a quelle che Giorgio La Pira chiamava le “passioni unitive”, l’interesse per l’altro. Ciò significa due obbiettivi. Il primo è tutelare il diritto degli africani di restare nella terra in cui si è nati, con politiche di prevenzione delle ‘migrazioni forzate, che eliminino alla radice i fenomeni che sono alla base di questa fuga: le guerre, la fame, il cambiamento del clima. Il compito della cooperazione internazionale è questo. Dobbiamo evitare di concepire la cooperazione come l’ha concepita la Germania con il suo patto scellerato con la Turchia: io ti pago perché tu ti tenga i migranti, non importa come e dove. Purtroppo anche gli accordi tra Italia e Libia e tra Italia e Niger hanno un segno analogo. Il rischio è evidente: che la cooperazione internazionale si trasformi in un sostegno non ai popoli, per uno sviluppo sociale più equo, ma ai governi e al loro potere, in cambio di fermare le persone che scappano dai regimi. L’orizzonte non può essere così angusto: per bloccare i flussi non possiamo rinchiudere centinaia di migliaia di persone nei campi libici o costringere i migranti, come stiamo facendo in Niger, a viaggi più lunghi, pericolosi e costosi, nelle mani di trafficanti ancora più spietati. I morti nel Mediterraneo si vedono in tv e si contano. I morti nei campi libici e nel deserto subsahariano non si vedono e non si contano. Ma sono tanti, troppi morti. Il secondo obiettivo è accogliere chi è costretto a migrare. Serve un’operazione umanitaria multinazionale sotto il controllo dell’Italia, una missione Mare Nostrum allargata e finanziata direttamente dalla Commissione europea. Mare Nostrum costava 10 milioni di euro al mese, ma se avessimo diviso la spesa con gli altri Paesi europei il costo sarebbe stato di 350.000 euro al mese. Serve poi una riforma della legislazione europea, a partire dalla sospensione del regolamento di Dublino che obbliga i migranti a fermarsi nello stato di primo approdo, Italia, Spagna e Grecia. Occorre, infine, superare la legge Bossi-Fini, che ha chiuso ogni sistema legale per arrivare in Italia con un normale permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In base alla legge gli immigrati dovrebbero avere un contratto di lavoro già nel momento in cui partono dal loro Paese di origine, un elemento quasi fantascientifico considerando l’estrema difficoltà per il nostro sistema delle piccole e medie imprese (che di lavoratori immigrati hanno bisogno) di andare a fare reclutamento in Africa. Per non parlare di chi cerca le badanti».




Martedì 27 febbraio 2018 alle 14:30:09
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