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Ultimo aggiornamento ore 21.25 del 18 Aprile 2019

"La classe operaia va in Paradiso", da martedì 23 a domenica 28 al Teatro della Corte

`La classe operaia va in Paradiso`, da martedì 23 a domenica 28 al Teatro della Corte

Genova - È un libero adattamento del film di Elio Petri lo spettacolo diretto da Claudio Longhi La classe operaia va in paradiso, in scena da martedì 23 a domenica 28 aprile al Teatro della Corte, con Lino Guanciale nel ruolo che fu di Gian Maria Volontè. Nella drammaturgia elaborata dal giovane scrittore Paolo Di Paolo la storia di Lulù Massa, irriducibile operaio stakanovista che scopre la coscienza di classe dopo avere perso un dito in un incidente, si intreccia alle vicende che hanno accompagnato la genesi e la ricezione della contestatissima pellicola. Infatti, anche se il titolo è diventato proverbiale, quando nel 1971 il film arrivò nelle sale suscitò le critiche di industriali, sindacalisti, studenti e di alcuni dei critici cinematografici più impegnati dell'epoca, nonostante la Palma d’Oro a Cannes e il Nastro d’argento alla protagonista femminile, Mariangela Melato.

Lo spettacolo prodotto da Emilia Romagna Teatro è costruito attorno alla sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro, che diventano a loro volta personaggi, interpretati rispettivamente da Nicola Bortolotti e Michele Dell’Utri. Al loro fianco vivono i personaggi del film: insieme a Lulù, interpretato dal già citato Lino Guanciale (Premio Ubu come migliore attore per questo ruolo), troviamo Adalgisa (Donatella Allegro), il cronometrista (Simone Francia), Lidia (Diana Manea), lo Studente (Eugenio Papalia), Militina (nel film era Salvo Randone, qui è invece interpretato da una donna, Franca Penone), mentre Simone Tangolo e Filippo Zattini danno vita agli intermezzi musicali, con canzoni dolci e amare dell’Italia alla fine del boom. Il clima di quegli anni è restituito anche dai riferimenti a piccoli capolavori della letteratura italiana, da La ragazza Carla di Elio Pagliarani a Porci con le ali di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice.

“Il film di Petri ha il merito di aver provato ad abbozzare una narrazione dell'Italia attraverso il lavoro, oltre i furori utopici di quegli anni febbrili che seguirono il Sessantotto” afferma Claudio Longhi. “Riattraversarne la vicenda con lo sguardo disilluso del nostro presente, a quasi dieci anni dall'ultima crisi economica mondiale, significa riflettere su quanto quell'affresco grottesco immaginato nel 1971 sia più o meno distante dal nostro tempo, post-moderno e post-ideologico, che fatica a riconoscere in modo netto i tratti di una qualsivoglia “classe operaia”, dispersa e nascosta dietro gli innumerevoli volti del lavoro flessibile”.

Mercoledì 17 aprile 2019 alle 10:00:27
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