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Ultimo aggiornamento ore 11.00 del 12 Dicembre 2018

ETF, i fondi preferiti dal private banking

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ETF, i fondi preferiti dal private banking

Genova - Il private banking sta seguendo un nuovo trend di investimento, votato agli ETF. Una tendenza che va avanti da diversi anni e che si spiega solo parzialmente con le caratteristiche tipiche del prodotto. Gli Exchange Traded Funds sono forme d’investimento a gestione passiva, che il cliente sottoscrive affiancando i propri risparmi a quelli degli altri investitori. Trattandosi di un fondo a gestione passiva, sarà poi il gestore ad acquistare con quanto ha a disposizione azioni o obbligazioni, la cui somma costituirà la performance complessiva di investimento. La caratteristica principale dell’ETF è quella di replicare l’andamento di indici o asset class: quando investe, il risparmiatore è già a conoscenza della tipologia di prodotti che saranno acquistati. L’evoluzione del paniere non sarà dunque dipendente dalle conoscenze che il gestore ha del mercato quanto piuttosto dall’andamento dell’indice o dell’asset class prescelta.

A rendere ulteriormente appetibile questo prodotto è stata la recente entrata in vigore della direttiva MiFID II, che è stata fortemente voluta a livello europeo per esplicitare tutte le voci di costo, sia in percentuale rispetto all’investimento che con rendicontazione singola, nonché per migliorare la trasparenza delle comunicazioni tra cliente e gestore. In Europa gli ETF sono spesso acquistati dagli investitori istituzionali, che preferiscono questi fondi per la trasparenza dei prezzi, l’efficienza in materia di costi e la liquidità. Indicazioni che ben si adattano anche al contesto che è entrato in vigore con l’introduzione della nuova normativa e che rendono naturalmente appetibili gli ETF anche nel mondo del private banking. In questo settore, infatti, i clienti risultano essere più sofisticati e i gestori devono essere in grado di accontentare bisogni più specifici. Se però a livello continentale gli ETF rappresentano uno degli strumenti preferiti dagli investitori, con picchi nel Regno Unito e in Svizzera, dove costituiscono rispettivamente il 25 e il 15% degli investimenti complessivi, in Italia, invece, il livello di penetrazione si attesta attorno al 2%, per una serie di motivazioni contingenti alla finanza: scarsa fiducia nei mercati, timore di investimenti sbagliati e poca cultura finanziaria.

Discorso diverso per il private banking anche su territorio italiano, dal momento che gli ETF spesso sono stati inseriti all’interno di diverse tipologie di prodotti e servizi, comprese le gestioni patrimoniali e i prodotti assicurativi. Questa strategia ha consentito di attirare l’interesse degli operatori del settore, ma anche e soprattutto della clientela private, che ha consentito una penetrazione più veloce degli ETF nel mercato nazionale. Contestualmente, alcuni primari intermediari hanno accettato di abbinare i brand agli ETF, riconoscendo questi ultimi come strumenti dall’importante valore aggiunto pronti per essere promossi e condivisi con la clientela. Se si guardano ai servizi d’investimento è importante sottolineare che il private banking è stato uno dei canali di distribuzione che ha ascoltato le necessità del mercato e degli investitori modificando in maniera più sostanziale i propri modelli di advisory. L’integrazione degli ETF con i servizi di consulenza basati sulla retrocessione di una fee è stata resa più agevole dalla struttura degli Exchange Traded Fund, che ben si adattano ad una gestione neutrale dei costi del portafoglio.

Giovedì 14 giugno 2018 alle 16:20:12
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