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Ultimo aggiornamento ore 15.35 del 25 Giugno 2018

Andrea Pazienza: il rivoluzionario del fumetto | Foto

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- Mentre Rai Uno sta riproponendo La meglio gioventù (la prima parte è andata in onda il 20 agosto scorso), al fino al 7 ottobre al Museo Luzzati è di scena una vicenda umana e artistica che si è svolta nel periodo focale narrato nel film di Giordana, gli anni ’70 e ’80. È la storia, tragicamente breve, di Andrea Pazienza, un rappresentante di quella gioventù, forse non della “migliore”, che ha vissuto con travaglio la propria epoca, cercando ora di sfuggirle con la droga, ora di rappresentarla con l’arte. Sì perché Pazienza, morto a soli 32 anni per overdose, è diventato un mito nel campo del fumetto, grazie alla sua personalità, al suo tratto inconfondibile, e, usando le parole di Milo Manara, alla sua “mancanza assoluta di stile, pur restando sempre lui”. Infatti nei fumetti il Paz si dipingeva con autoironia e con quel pizzico di egocentrismo geniale e giovanile che, considerato a posteriori, fa provare un’amara tenerezza.
In bilico tra la vita e la morte, tra il senso di onnipotenza e la debolezza, Pazienza ha voluto raccontare la natura umana attraverso i personaggi, suoi alter ego. Ed è così che in questa antologica – la più grande del nord Italia- sono in mostra le tavole che ne ripercorrono la carriera e l’evoluzione artistica e psicologica. Grazie alle sue creazioni, a partire da Pentothal fino ad arrivare a Zanardi e Pompeo, si nota come il suo modo di disegnare sia stato innovativo, rompendo gli schemi del fumetto tradizionale, grazie al cambiamento di registri, di stile, di grafia e di tecniche, ai richiami alla produzione artistica classica, ai colleghi fumettisti, e al suo linguaggio, un misto tra dialetto, neologismi ed errori grammaticali, satira e nonsense.
La sua prima opera, interamente in bianco e nero, è stata Pentothal (omaggio a Diabolik e al suo siero per rubare l’identità altrui), che ha determinato il passaggio dalla ricerca pittorica al fumetto e ha evidenziato, oltre alla sua tecnica rivoluzionaria, il suo essere un cronista puntuale dei fatti di cronaca, degli scontri di piazza e della situazione politico-sociale della fine degli anni Settanta. Non partecipava attivamente alla vita politica, ma ammirava Sandro Pertini, al punto da averlo reso il protagonista, col diminutivo Pert, di una serie di improbabili avventure partigiane, in cui lui, Paz, era il luogotenente pasticcione.
Commuoventi le tavole de Gli ultimi giorni di Pompeo, in cui è evidenziata la struggente autoironia usata nel descrivere -presagio della propria fine- la morte del protagonista, che attende lo spacciatore. E lo fa con citazioni colte (a partire da Majakovskij), e con quel tono poetico che, misto all’ironia, serve a mantenere ancora un certo distacco dalla dura realtà, così da non mostrarla in tutta la sua crudezza, ma dipingendola in modo sfumato –come il nero e i grigi usati-, facendo apparire la fine di un eroinomane come una fine quasi epica, nella sua eroica solitudine.
Zanardi, invece, il biondino dal naso arcuato, è la parte oscura che ognuno di noi nasconde, il male puro, quello che si fa per il gusto di farlo e che Pazienza rappresentava con scene splatter degne di Tarantino. Con il resto del branco di amici, Zanna è esattamente l’opposto della “meglio gioventù”, la quintessenza della mancanza di valori, del vuoto esistenziale di allora (e di oggi). Infatti la critica, da parte del fumettista, nei confronti della società degli anni ’80 era pungente, ne coglieva gli aspetti peggiori, e lo faceva con ferocia, durezza, sfociando anche nello scabroso, come nell’episodio La logica del fast food (in cui la consumazione veloce è quella del rapporto sessuale occasionale).
Bellissime, infine, le illustrazioni a colori per il romanzo Campofame e la breve, anzi brevissima, Storia d’Italia, riassunta in una sola tavola, con pochissime sagaci battute.
Si tratta di una mostra che farà piacere visitare soprattutto a chi ha vissuto quegli anni da ragazzo; chi, invece, non sa chi fosse Andrea Pazienza, è meglio che vada dopo essersi documentato.

Per approfondire il lavoro di Medea Garrone clicca qui




Martedì 27 agosto 2013 alle 13:00:10
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