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Ultimo aggiornamento ore 11.30 del 19 Aprile 2018

L'ArtesecondoMedea/Le immagini del mondo fluttuante

L´ArtesecondoMedea/Le immagini del mondo fluttuante

- La mostra di fotografia giapponese dell’Ottocento, a Palazzo Ducale fino al 25 agosto, è un esempio dell’influenza che l’Occidente ha esercitato sul Sol Levante. Tutti sanno quanto grande sia la passione dei nipponici per la macchina fotografica, ma non tutti ne conoscono il motivo originario. Quando è stata inventata in Europa nel 1839 e importata in Oriente, i Giapponesi hanno adottato la tecnica per “copiare la realtà” (shashin, copia della realtà, ossia fotografia) ritenendola indispensabile per il progresso civile. E proprio perché quel progresso stava determinando il tramonto dell’epoca dello shogunato Tokugawa (1867) e l’inizio dell’epoca Meiji (1868-1912), l’antica Scuola di Yokohama ha cercato di fissare nostalgicamente un periodo che sapeva non sarebbe mai ritornato. È così che l’”ineffabile perfezione” del Giappone che fu, venne impressa sulle albumine dipinte a mano –per iniziativa dell’italiano Felice Beato-, in continuità con le meravigliose stampe shunga della scuola d’arte antica dell’ukiyo-e (“scene del mondo fluttuante”).
In Geishe e Samurai. Esotismo e fotografia nel Giappone dell’Ottocento vediamo, appunto, immortalati un paesaggio e dei tipi umani che colpivano l’immaginario del viaggiatore occidentale e restituivano a chi non si rassegnava al cambiamento, l’antica anima di un mondo fatto di costumi e tradizioni scomparse. Si tratta, quindi, di un Giappone ormai mitico, sospeso tra memorie e ricostruzioni negli studi fotografici, destinato a splendidi album-souvenir da portare in Europa, a testimonianza di un viaggio in un paese lontano e diverso, eppure colto con sguardo di una nostalgia spesso di tipo occidentale. Infatti i le scuole nascevano seguendo le tecniche dei maestri europei e i più famosi fotografi giapponesi allestivano i propri studi come se fossero stati dei set con costumi, scenografie, strumenti rappresentativi di ogni attività umana del mestiere, a seconda delle professioni che diventano oggetto degli scatti. Gli scatti erano studiati nei dettagli, nulla era lasciato al caso e alla naturalezza delle persone, che si trattasse di un guidatore di risciò con dama a bordo, di un fioraio ambulante o di un’artigiana intenta a confezionare sandali. Le pennellate, realizzate con setole sottilissime –a testimonianza di grande abilità artistica- nono solo vivacizzavano le fotografie in bianco e nero, ma servivano ad accentuare i particolari, come le decorazioni di un kimono o le labbra di una giovane maiko (apprendista cortigiana).
Tra i personaggi maschili i soggetti preferiti erano quelli che facevano indelebilmente parte dell’immaginario collettivo sia orientale che occidentale: i samurai. Accanto a loro, divi del momento, come gli attori del teatro kabuki, che erano immortalati con i pomposi e coloratissimi vestiti di scena su venti carte da visita.
I personaggi femminili, però, erano i soggetti preferiti. Le donne erano colte durante tutti i tipi di attività quotidiane: nelle risaie, in cucina, intente ad acconciarsi i capelli e a prendere il tè. Ma quelle che più destavano attenzione e suscitavano ammirazione erano le geishe insieme alle donne al bagno. È dai loro ritratti che più si evince quanto l’obiettivo che le ha “sorprese” sia di tipo occidentale e voyeuristico. Proverbialmente non pudichi e non influenzati dal concetto di peccato, per i giapponesi “il nudo è visto sovente, ma non è mai guardato”, al contrario di quanto avveniva per i viaggiatori europei dell’800, che giunti in Oriente erano colpiti dai quartieri a luci rosse e dalla bellezza esotica di ragazze che apparivano disponibili e liete di mostrarsi; Filippo Camporio nel proprio diario di viaggio del 1895 le aveva definite “cosini da mangiarsi vivi”. E non a caso gli scatti che hanno come soggetto ragazze in posa mentre, discinte, si stanno asciugando dopo il bagno, sono stati effettuati da fotografi occidentali, come Von Stillfried. Insomma, si tratta di immagini di un mondo che realmente fluttua tra l’orientale e l’occidentale, tra il reale e l’ideale.

Per approfondire il lavoro di Medea Garrone clicca qui

Domenica 11 agosto 2013 alle 13:00:14
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