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Ultimo aggiornamento ore 11.30 del 19 Aprile 2018

Intervista ad un sedile d’Intercity

Intervista ad un sedile d’Intercity

- I titoli degli articoli spesso ingannano. Come in questo caso. Perché in effetti questa non è un’intervista, è più che altro uno sfogo: l’intervistato, questa scoria improduttiva della bassa velocità ferroviaria, era un fiume in piena e non mi ha consentito di interromperlo nemmeno una volta.
A voler essere sinceri, andrebbe anche detto che a parlare non è un vero e proprio seggiolino. Lo so anch’io che i seggiolini dei treni non parlano, anche se mostrano un tasso di umanità più alto di quello degli amministratori delle ferrovie italiane.
A parlare è soltanto un pendolare di nome Nando, che da un po’ di tempo a questa parte si è messo in testa di essere un sedile d’intercity. Nei rarissimi momenti di lucidità Nando dice che la fa per protesta, questa cosa, perché si è stufato di essere trattato non come un essere umano, e neppure come un lavoratore, ma come un sedere: “come il sedere del posto a sedere”, dice lui. E così Nando ha preso il posto del posto a sedere. Con il solo ma non trascurabile vantaggio che, passando il giorno e la notte in treno, non si deve più preoccupare dei ritardi in ufficio.

Non per far la morale ma è evidente che, a lungo andare, gli abusi puntuali e quotidiani a cui sono sottoposti i pendolari possono generare dei mostri. Nando, questo raro esemplare di uomo-sedile, ne è in qualche modo la prova. Ma sentiamo la sua testimonianza:

«Di mestiere, faccio il sedile delle Ferrovie dello Stato. Intercity. Tratta Milano-Livorno. Ho cominciato a lavorare giovanissimo, e così non mi son goduto neanche un po’ dell’innocenza che si vive da bambini. Senza fare in tempo a dire “A” son passato direttamente alla “B” di “lato B”, che è la materia prima del mio lavoro. Ora poi, da quando è arrivata questa smorfiosa dell’alta velocità che fa tutto lei e sa tutto lei, il mio treno è diventato una freccia rotta, e la “B” rappresenta il simbolo stesso della mia condizione: sono ormai un seggiolino di serie B, viaggio su un treno di serie B, ho a che fare con gente di serie B.
E pensare che son quasi trent’anni che mi porto sul groppone centinaia di migliaia di ossi sacri e non di rado contundenti. Basta guardarmi per capire che sono usurato da un lavoro usurante. Ma di pensione non ne vogliono sentir parlare, quelli.
Per loro sono soltanto un posto fisso e numerato, numero 76 carrozza nove sissignore agli ordini signore. Ora che ci penso, questa cosa del posto fisso numerato con prenotazione obbligatoria è stata l’inizio della fine. Lì per lì noi sedili credevamo che fosse un riconoscimento alla nostra carriera e un modo per esaltare le nostre doti. Pensavamo che avere un numero fisso comportasse anche un passeggero fisso, o meglio un culo fisso, scusate la parola ma è di questo che stiamo parlando, un culo che avesse intenzioni serie nei nostri confronti, magari un culo di pendolare tutto per noi, che sapesse trattarci amorevolmente, giorno dopo giorno. Invece è stato tutto il contrario. Per colpa di questa regola infingarda secondo cui chi ha l’abbonamento non può avere un posto prenotato se non pagando un po’ di più, i pendolari viaggiano tra gli scompartimenti come anime in pena in cerca di un posto e, se lo trovano, devono essere prontissimi ad alzarsi quando arriva il legittimo “proprietario” della prenotazione. Così noi sedili abbiamo sempre a che fare con degli sconosciuti, senza la possibilità di creare dei legami durevoli e magari anche affettivi. Ci hanno tolto la dignità. Le tonnellate di schiene e fondoschiena che mi si sono schiantati addosso per decenni non contano assolutamente nulla. E mai a nessuno che venga in mente di darmi una bella lavata. Soltanto una spazzolata qua e là, che intanto la figura del zozzone ce la faccio io. E ce la faccio per davvero, la figura del zozzone, tanto che mia moglie, che poi non è altri che la mia dirimpettaia numero 75 vicino al finestrino, mi prende in giro sul fatto che siamo così vecchi noi due che sembriamo dei seggioloni Luigi XIV andati a male, mica come quelli venduti in serie dagli antiquari, che sono tutti tirati a lucido. Lui però, le dico io, lui nel senso di Luigi XIV, almeno due volte in vita sua si era fatto un bel bagno caldo mentre a me, l’unica cosa calda con cui vengo a contatto, a parte le chiappe dei viaggiatori d’estate, sono le tazzine di caffè del servizio minibar quando qualche passeggero distratto me le rovescia addosso e poi, invece di pulirmi, cambia posto zitto zitto. E son sempre più distratti, questi passeggeri. Io comunque glielo dico sempre a mia moglie che Luigi XIV non si lavava mai perché preferiva profumarsi. Mi profumerei volentieri anch’io ma invece mi porto addosso quest’odore che sembra l’odore di tutta l’umanità concentrata in un seggiolino di treno che poi sono io stesso. È il vero odore di massa, fatto dell’accumulo lento e inesorabile degli odori particolari di ogni passeggero. Questi odori particolari, col passare del tempo e il non passare delle pulizie si sono acquattati sul mio corpo inerme, dando vita a quella fragranza mefitica e metastorica che tutti gli abiti dei passeggeri italiani mi riconoscono in piena coscienza.
Come se non bastasse, ogni tanto mia moglie mi rimprovera che i miei quattro figli (gli altri quattro seggiolini dello scompartimento) sono tutti loro padre, in quanto a profumo. Lo dice con risentimento, quasi fosse colpa mia. E allora qui m’incazzo e ribatto che anche lei mi assomiglia parecchio, se è per questo. Anzi, quando sono di cattivo umore, che di cattivo odore lo son sempre, le dico che il blu cianotico della sua pelle vellutata è passato di moda almeno da una quindicina d’anni. E allora lei mi dice ma ti sei guardato il poggiatesta che sono anni che non ce l’hai più, sei calvo come una palla da bowling ma infinitamente meno lucido. E qui io le vorrei dire che per avere un poggiatesta grigio come il suo che la fa sembrare una pantegana, allora è meglio una sana calvizie. Per non parlare dell’effetto ruga che le fanno gli aloni di sudore fossilizzato da decenni, allora. Poi però mi trattengo, e queste ultime cose non gliele dico perché son sicuro che non mi rivolgerebbe più la parola. Io lo so come sono fatte le donne e preferisco il quieto vivere visto che dobbiamo lavorare ancora chissà per quanto, qui sulla nostra freccia rotta. Ma io e mia moglie abbiamo un modo per consolarci. Quando siamo soli e i figlioletti dormono, io e mia moglie ci allunghiamo (siamo o non siamo dei seggiolini allungabili?) per abbracciarci, formando un lungo sedile unico che assomiglia tanto al lettone di Napoleone, l’ultimissima moda dello stile impero».


Martedì 2 marzo 2010 alle 15:00:04
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