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Ultimo aggiornamento ore 21.15 del 26 Aprile 2018

L'applauso

L´applauso

- Le false testimonianze che qui propongo non riguardano né il G8 del 2001, né l’agghiacciante applauso che una platea sedicente democratica ha riservato alla furbesca dichiarazione del Presidente della Camera sulla sentenza della Corte Europea sui Diritti dell’Uomo riguardante l’omicidio di Carlo Giuliani. Piuttosto, costituiscono del materiale utile allo studio della moderna cultura dell’applauso, importante branca disciplinare derivata dalla scienza telegenica.

«Portare mio marito all’Opera mi mette in agitazione. Passa il suo tempo in uno stato indefinibile, tra il dormiveglia e il coma vigile. Nemmeno quando gli assesto una secca gomitata sullo sterno, riesco a capire se è sveglio oppure no. Quando però qualcuno fa partire un applauso, d’un tratto lo vedo che comincia a battere le mani come un sonnambulo iperattivo. Più la platea va in visibilio, più lui si eccita. In un attimo diventa un integralista della standing ovation, un miliziano della jihad rumoristica. È capace di alzarsi in piedi ad applaudire già alla fine del primo atto. Sa essere infinitamente più fragoroso di quanto potrei essere io, con quelle sue manone che cozzano fra loro con ottuso entusiasmo. In quei momenti sento i suoi occhi astiosi puntati dritti sul mio applauso flebile, timido e sempre un po’ fuori ritmo. Applaudire m’imbarazza, da sempre. Mi fa sentire anonima. Ho la sensazione di perdere la mia identità, la mia indipendenza, con un solo battito di mani. Questo mio marito non lo vuole capire. Il suo conformismo mi fa paura. Tra l’altro, lui odia la lirica».
(Eva xxx)

«È da più di un anno che non riesco a far un discorso serio con mia moglie. Sembra che abbia perso l’uso della parola, da quando le ho tirato quel maledetto schiaffo, a teatro. Mi ero arrabbiato perché mia moglie era l’unica persona in tutto il teatro a non essersi alzata ad applaudire in piedi, alla fine dello spettacolo. E non applaudiva nemmeno da seduta. Sosteneva che lo spettacolo era stato pessimo. Ma che diavolo c’entra? Questo proprio non l’ho capito. È questione di buona educazione. E così l’ho colpita, davanti a tutti; l’applauso si è fatto ancora più scrosciante. La gente ha mostrato di comprendere appieno le mie ragioni. Fatto sta che da più di un anno mia moglie utilizza un linguaggio fatto dall’alternarsi ossessivo di tre componenti, a rotazione: risate, fischi, applausi. Applausi, fischi, risate. Anche a casa. Anche al lavoro, o per strada. Con gli amici e con gli sconosciuti. Sono disperato.»
(Adamo xxx)

«Lavoravo per la televisione, a Milano. Facevo quel mestiere che a teatro porta il nome nobile di “suggeritore”, ma che in televisione veniva chiamato, con una punta di disprezzo, “gobbo” oppure, più simpaticamente, “gnomone”. Ebbene, facevo il gobbo in una nota trasmissione televisiva. Ero il gobbo personale del presentatore e, in quanto gobbo, sgobbavo come un matto prima e durante la trasmissione. Prima scrivevo coll’uniposca i quarantacinque cartelli che quell’imbecille dell’anchorman avrebbe dovuto leggere in diretta. Poi, durante la trasmissione reggevo i cartelli. Era la parte più faticosa, non potevo rilassarmi un minuto, non vi dico il mal di schiena, il torcicollo che mi pigliava dopo cinquanta minuti con le braccia alzate come se avessi una pistola puntata alle spalle.
Tutto sommato però amavo il mio lavoro, non fosse stato per mio cugino. Lavorava come gobbo del pubblico nella mia stessa trasmissione televisiva. Il lavoro era simile al mio ma molto più gratificante, oltre che meno faticoso. Teneva in mano soltanto due cartelli, in uno c’era scritto “risate”, nell’altro “applausi”. Ogni tanto ne tirava fuori un terzo, quello dei “fischi”, ma raramente. Lo invidiavo perché la gente seguiva i suoi dettami a bacchetta, come ipnotizzata, mentre io avevo a che fare con presentatori vanesi che si sentivano grandi artisti e pretendevano di “interpretare” teatralmente i miei cartelli; alcuni addirittura non li guardavano nemmeno e improvvisavano, forti soltanto della loro strafottente e ostentata carica erotica.
Da qualche anno sono disoccupato. Si può tranquillamente affermare che è stato il “Telepromopter”, cioè il gobbo elettronico, a sbattermi fuori. Tutto è cominciato col karaoke, all’inizio degli anni 90. Quelle sovrimpressioni in diretta a tempo di musica non facevano presagire niente di buono per chi faceva un mestiere come il mio. Per fortuna, anche mio cugino è stato licenziato: mal comune mezzo gaudio, no? Certo nel suo caso l’avvento dell’elettronica non c’entra. Secondo lui è tutta colpa dell’evoluzione del pubblico, che è ormai diventato televisivamente maturo, cioè fisiologicamente docile e predisposto all’applauso. Il pubblico non ha più bisogno di inviti per applaudire o ridere. Lo fa quasi da solo. Sa quel che deve fare. Finalmente, dopo tanto allenamento, l’applauso è diventato un automatismo. È questione di gerarchie e di rispetto. Chi parla da un palco o con un microfono merita comunque un segnale di apprezzamento e di sottomissione, a prescindere da quello che dice. Ma c’è di più, secondo mio cugino. Non solo il nuovo pubblico ha imparato a rispondere meccanicamente tramite applausi ad un linguaggio fatto di frasi brevi come pillole, ma ha sviluppato anche dei meccanismi di autodifesa rispetto a chi “rema contro”: chi non applaude viene immediatamente individuato e ghettizzato. È il principio della Ola, dice mio cugino. Non si può fermare. Non si può far finta di nulla. Se ci sei in mezzo, non puoi tirartene fuori. L’importante è che qualcuno cominci ad applaudire. Il resto viene di conseguenza. E questo vale ormai per i talk-show televisivi, per la lirica, per il teatro, per i discorsi politici alle feste di partito.
Forte delle sue teorie, mio cugino ha trovato subito un nuovo lavoro. È diventato capobastone, con delega ai risolini. È il lavoro dell’anno, dice. È semplice, consiste nell’applaudire per primo, sfruttando le pause dell’oratore; la reazione a catena è assicurata. Anch’io mi sto esercitando; ma devo ancora lavorare sulla potenza di schiocco delle mani. Serve ancora un po’di esercizio; mi si stanno già formando i primi calli. Poi, mi basterà eliminare la concorrenza di mio cugino, e tornerò ad avere uno stipendio».
(Caino xxx)

Lunedì 31 agosto 2009 alle 14:00:24
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