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Ultimo aggiornamento ore 21.45 del 20 Aprile 2018

La cena del Cardinale

La cena del Cardinale

- “La rivoluzione non è un pranzo di gala, ma la beneficenza sì, che è un pranzo di gala.” Me lo ripeteva sempre il nonno Alfredo, quando andavamo insieme a pescare i fagiani, e allora io, che volevo fare la rivoluzione, mi facevo crescere la barba per essere più truce. “Anche la politica è un pranzo di gala. E anche l’economia è un pranzo di gala.” Incalzava nonno Alfredo, ma io non lo ascoltavo più, la mia barba cresceva e i fagiani abboccavano che era una bellezza.

Ho pensato con affetto a nonno Alfredo quando ho letto sul giornale che la settimana scorsa si è tenuta a Palazzo San Giorgio la terza edizione della “Cardinal’s Dinner”.
Ho letto sul giornale che “tutta la Genova che conta”, e anche qualcosina in più, era presente alla cena in onore del Cardinal Bagnasco: politici di destra e di sinistra, banchieri, industriali, religiosi e via dicendo.

Non è stato semplice sbigottimento. La notizia ha suscitato nel mio cervello una serie di sinapsi incontrollabili, che provo ad elencare seguendo la loro sequenza clinica. Dapprima una conclusione istantanea e perentoria mi ha portato a pensare che esiste una Genova che conta, allora mi ha preso il dubbio che se esiste una Genova che conta, non è che, vai a sapere, esiste anche una Genova che non conta? Tempestivamente, la provvidenza mi ha rassicurato spiegandomi che l’espressione “Genova che conta”, non vuol dire che c’è una Genova conta più degli altri, vuol dire che c’è una Genova che conta i soldi da dare in beneficenza, e non vuol dire che a Genova esistono lobbies di affarismo politico-clericale, o cose del genere, è solo beneficenza, prova ne è che il guadagno della cena del cardinale, di duecentotrentamila euro, è stato messo subito a disposizione dei bisognosi. Non contenta di questa rassicurazione la provvidenza me ne manda subito un’altra, implacabile, che mi spiega pacatamente che quando i potenti si incontrano lo fanno solo per soccorrere i bisognosi, mentre quando i bisognosi si incontrano, pensano ai loro bisogni, e mai a quelli dei potenti. “E questo che vuol dire?” – mi chiede il pensiero provvidenziale. “Non saprei”, rispondo io. “Vuol dire che se lo meritano, che è l’egoismo che condanna i bisognosi a restare bisognosi, in saecula saeculorum.” Così sentenzia il pensiero provvidenziale, ma a me allora viene il sospetto che anche i potenti possono avere bisogno di qualcosa, che ne so aiuti conoscenze legami trasversali, mi viene in mente che se esistono dei potenti bisognosi le rassicurazioni del pensiero provvidenziale non valgono granché. Per fortuna il pensiero provvidenziale mi ha ricordato che lo sanno tutti che i potenti “si fanno” da soli, e che quando sono in compagnia è per beneficenza. A questo punto i miei neuroni si sono ribellati contro il saccente pensiero della provvidenza, e hanno elaborato una divagazione storico-filosofica che nulla ha a che vedere con l’argomento. Nella divagazione c’è un personaggio storico piuttosto noto, di cui però ora mi sfugge il nome, che un giorno scacciò i mercanti dal Tempio. Nella divagazione si dice che nessun mercante ha mai pensato di scacciare i sacerdoti dal Mercato, forse perché sperava che avrebbero comprato un po’ di tappeti, qualche melanzana, e delle uova. Di certo, si dice nella divagazione, il mercante non pensava che i sacerdoti avrebbero provato a comprarsi il Mercato, sottomettendolo ai loro voleri. A fine divagazione salta fuori, come una pulce che non trova un animale su cui installarsi da un bel po’ di tempo, un pensierino estetizzante secondo il quale il rosso porpora dona alla Liguria molto di più rispetto al rosso liso di questi ultimi anni. Mentre nel mio cervello si succedevano questi piccoli eventi, accanto al mio orecchio destro si sono messe a ronzare, come mosconi inferociti, le parole di una canzone di Giorgio Gaber: “Il mondo ha fretta, continua a cambiare, chi vuole stare a galla si deve aggiornare / Anche la chiesa, che sembra non si muova, ogni tanto ci ripensa, e ne inventa una nuova / E dimostrando un notevole tempismo, ha già tirato fuori un nuovo catechismo / Dove tutto è più aggiornato, dove tutto è più moderno, e anche a vincere un appalto, si rischia l’inferno”. Li ho scacciati presto, questi mosconi, perché mi sono accorto che Gaber si è sbagliato di grosso, che a vincere gli appalti, di questi tempi, si rischia la beatificazione, di certo non l’inferno. Nonostante l’errore finale, Gaber mi ha fatto venire in mente un’idea che assomiglia a una proposta: a quando il Cardinal’s Party? Me lo vedo, il Cardinale che riceve i potenti di turno nel privé di una discoteca, magari sorseggiando un moijto. Sarebbe un gran bel tocco di modernità.

Post Scriptum. Il nonno Alfredo non è mica mio nonno, è il nonno di un mio caro amico. Nonno Alfredo fa il sacrestano da venticinque anni, l’amministratore del condominio da venti, il portinaio da diciotto anni, ed è in lizza da otto anni con il signor Ghiaia per diventare presidente del circolo di petanca del quartiere.
Ho continuato a chiamarlo nonno Alfredo, anche quando, un giorno, ho scoperto che non era il nonno del mio caro amico, ma lo zio.
Ho continuato a chiamarlo nonno Alfredo anche quando ho scoperto che non era neppure lo zio del mio caro amico, ma soltanto un suo conoscente.
Proprio ieri ho scoperto che nonno Alfredo ha tre anni più di me che ne ho ventinove. Una carriera straordinaria, ma non so più che fagiani pigliare, con nonno Alfredo.

Post Post Scriptum.
L’ideatore di questa straordinaria trovata del “Cardinal’s Dinner” ha soltanto 32 anni. È un giovane e, come tutti i giovani, ha fatto un po’ di tutto; come tutti i giovani, si è arrangiato come ha potuto. Infatti, oltre ad essere Priore del Magistrato di Misericordia, l’ente che ha organizzato la cena, è stato (o è ancora): responsabile delle relazioni istituzionali di Capitalia, responsabile delle relazioni istituzionali di Mediobanca, segretario generale della Fondazione per i Beni e le Attività Artistiche della Chiesa, segretario regionale per la Liguria della lobby italoamericana Niaf, consigliere della Fondazione Carige. Ora però, ce l’ha fatta, e dopo tanto precariato, è diventato direttore alle relazioni istituzionali e internazionali della Rai.
Questo vuol dire una cosa sola, vuol dire che esistono, in questo nostro stato democratico, dei cervelli che restano e fanno carriera, grazie al Cielo. Sì, proprio grazie al Cielo.
E poi dicono che noi vaticani siamo solo pizza e mandolino.

Sabato 5 dicembre 2009 alle 14:15:25
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