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Ultimo aggiornamento ore 21.15 del 26 Aprile 2018

La ronda degli Alpini o il discreto fascino della divisa

Genova - E così anche Genova ha finalmente le sue ronde. Mi chiedo: devo rallegrarmi perché quelle genovesi non sono composte da fanatici giustizieri padani ma da sbarbati militari dell’Esercito? Devo gioire di fronte alle prove generali di una farsesca militarizzazione della città, soltanto perché ai branchi di rondisti abbiamo preferito un quieto e sparuto gregge di militari? L’autostrada spianata dai bulldozers dell’ordine pubblico italiano, è ormai formata da due corsie, entrambe rigorosamente di emergenza. Da una parte quella delle ronde volute dal Ministro dell’Interno, dall’altra quella dell’utilizzo dell’esercito con funzioni di polizia sponsorizzato dal Ministro della Difesa. Sono due facce della stessa medaglia. Le differenze sono di ordine formale, più che sostanziale, riguardano un diverso impatto sull’immaginario del cittadino impaurito.

Ma consideriamo il caso genovese. È quasi commovente pensare ai quaranta alpini che, spaesati e completamente ignari delle logiche microcriminali locali (figuriamoci di quelle criminali vere e proprie), dovranno “vigilare” su una città di più di seicentomila abitanti. È quasi esilarante pensare che questi, per essere operativi, dovranno essere a loro volta “vigilati” e scortati da un agente di polizia o da un carabiniere. È del tutto evidente che la vicenda dell’esercito in città riguarda soltanto di striscio gli aspetti concreti di un’eventuale lotta alla criminalità. Piuttosto, rappresenta un tassello nella costruzione di una scalcagnata mitologia securitaria, di un sistema di segni rivolto a solleticare la percezione della sicurezza piuttosto che ad incidere sulla sua realtà profonda.

Che si tratti di una mitologia costruita da aedi di periferia è dimostrato dall’idea su cui si fonda. Un tema romanzesco di serie B o alla meglio da commedia all’italiana (ma con significativi ritorni nelle fictions agiografiche contemporanee), come quello del “fascino della divisa” è diventato la chiave di volta della strategia nazional-securitaria voluta soprattutto dal Ministro della Difesa, in contrapposizione alla vocazione rondista e “fai da te” del Ministro degli Interni. Tutto si gioca sull’idea che la sola presenza del personale in uniforme nelle vie cittadine possa nello stesso tempo agire da deterrente verso i criminali e rassicurare i cittadini terrorizzati. All’esatto contrario di un’operazione d’intelligence, in cui gli agenti si immergono nel mondo criminale per comprenderne e sgominarne le logiche, l’efficacia della manovra risiede sostanzialmente nella visibilità ostentata degli operatori, secondo una logica degna dei migliori spaventapasseri. Il microcriminale non farà altro che spostarsi un po’ più in là, dato che la missione dei militari è gironzolare per le vie del Centro Storico e di Sampierdarena, distribuire alla popolazione simbolici “gesti di pace”, come durante la Messa, farsi fotografare da torme di giornalisti al loro seguito. Il successo dell’operazione è chiaramente reso più semplice dalle garanzie simboliche offerte da una divisa storica e popolare come quella degli Alpini, con le folcloristiche piume sul cappello, il richiamo nazional-patriottico ad un eroismo d’antan, i cori e la ben nota competenza in fatto di bevande alcoliche.

Dall’altra parte dei profeti della nuova sicurezza, i filo-rondisti, invece, c’è un po’ più di confusione sul fronte delle divise. Mi pare di capire che per ora la moderna estetica del metronotte (tra l’altro significativa della privatizzazione della sicurezza) stia gareggiando con chi ragiona sulle possibili evoluzioni stilistiche della tradizionale tenuta da forcaiolo durante la caccia alle streghe. Che esistono filologiche sperimentazioni di ritorni al passato attraverso il riciclaggio delle sempreverdi divise delle SA naziste (o quelle dei nazisti dell’Illinois nei Blues Brothers). Che c’è chi non trova modelli migliori delle pettorine da raccattapalle allo stadio. Insomma, la scienza della divisa, in Italia, è in totale subbuglio. Questo danneggia gli effetti rassicuranti dell’uniforme, ma costituisce un eccellente stimolo alla creatività e alla partecipazione dei cittadini in vista della creazione di una nuova mitologia securitaria, o di una galassia di mitologie securitarie.
Genova ha ripudiato l’innovazione del fai da te, per il classicismo della tradizione. Ma come diavolo ci siamo finiti su queste corsie d’emergenza?.

Venerdì 21 agosto 2009 alle 20:00:30
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