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Ultimo aggiornamento ore 07.31 del 26 Aprile 2018

Topi

Topi

Genova - Quando va bene, è guerra di trincea; loro stanno da una parte, in luoghi più o meno circoscritti, e noi dall’altra, nelle zone bonificate. Nei momenti più caldi, si rimpossessano delle zone bonificate costringendoci a rinculare e a sopportare le loro angherie, in attesa del prossimo assalto; poi la controffensiva e tutto torna come prima. Quando va male invece, è guerriglia urbana, si combatte porta a porta come a Stalingrado.
Questi sono i due aspetti che ciclicamente si ripetono nella guerra che le amministrazioni comunali combattono ormai da una ventina d’anni contro la folta popolazione di roditori residenti nel territorio genovese: il tutto a colpi di ordinanze e campagne di derattizzazione.

Sarebbe facile e pretestuoso dare tutta la colpa del problema alle amministrazioni comunali. Anche noi cittadini abbiamo commesso parecchi errori al riguardo. Occorre una severa autocritica. In primo luogo perché tendiamo a dimenticare che i ratti rappresentano, per così dire, l’indotto del nostro benessere, in quanto dipendono direttamente dalla quantità di rifiuti che produciamo, dalla pulizia delle nostre strade, dalla quantità di cantieri che abbiamo aperto per rendere più bella e moderna la nostra città, rendendola allo stesso tempo più “a misura di topo”. Più siamo ricchi e spreconi, più i topi aumentano: questo è il significato “filosofico” della presenza dei topi nelle città contemporanee; serve a mostrare come il concetto di degrado non è separabile da quello di benessere, e viceversa.
Abbiamo fatto anche altri errori, forse più gravi perché meno speculativi. Non ci voleva “La Gabbianella e il Gatto” per capire che abbiamo esaltato i gatti come i più autonomi e intelligenti del regno animale, per poi rincoglionirli a suon di crocchette e coccole, annichilendo così l’ opposizione naturale al dilagare dei topi. Inoltre, non abbiamo capito che il problema dei topi di città non è più riducibile ad una questione di igiene pubblica, ma sta diventando, dati i recenti mutamenti caratteriali di questi animali, una vera e propria minaccia per la sicurezza. I topi non si limitano più a grufolarsi negli angoli più immondi della natura: sono via via più insolenti e aggressivi, cosa che chiunque passi per i vicoli di notte sa benissimo. Sarebbe forse il caso di mandare qualche rondista a caccia di ratti? Potrebbe essere un’idea. Resta il fatto che in generale abbiamo preferito recitare la parte dei difensori del suolo patrio in altri ambiti, terrorizzandoci per le baby-gangs, affaccendandoci nell’osteggiare le moschee, impalandoci nel saluto militare di accoglienza agli alpini, e incaponendoci nel liberare i vicoli dalle prostitute. Così, non ci siamo accorti che un esercito fra i due e i cinque milioni di topi stava conquistando senza difficoltà molti dei principali punti strategici della città vecchia, oltre che alcuni importanti avamposti in altre zone della città.
Un altro errore fondamentale, poi, è stato di ordine culturale. Purtroppo, non abbiamo fatto nulla per conoscere il nostro nemico. E in questo credo vada denunciata una pesante negligenza da parte di chi, in questi anni, ha gestito i documentari televisivi sugli animali, a livello nazionale. Avete mai visto un Quark “speciale ratti”? In questo genere di programmi infatti, forse a causa di un’impostazione ideologica elitaria o peggio colonialista, si preferisce trattare dei più bizzarri animali esotici, dimenticando sistematicamente di farci conoscere le abitudini degli animali urbani, un po’ perché ci ripugnano e non fanno “audience”, un po’ probabilmente anche per malcelate motivazioni politiche: mi pare evidente che i topi corrispondano, nel regno animale, a quell’antico “sottoproletariato urbano” che non a caso è completamente scomparso dalla scena dei media nazionali. Li vediamo tutti i giorni, i topi, come anche i piccioni e i gabbiani, ma non sappiamo nulla della loro organizzazione sociale, dei loro riti, di come vivono. Non sappiamo nulla dei rapporti tra topi genovesi e, per esempio, topi milanesi. Pensate quanto cambierebbero le nostre prospettive, se venissimo a sapere che i topi di città sviluppano un sentimento paragonabile all’orgoglio municipale. Non serve Sun Tzu per capire l’importanza strategica di questo trascurato aspetto. Forse scopriremmo che i topi ci assomigliano molto più di quanto pensiamo.

Ma veniamo ora alle possibili soluzioni del problema. C’è, in effetti, chi propone lo scambio di prigionieri, convinto che liberare le numerose cavie presenti nei laboratori liguri potrebbe indurre i ratti a maggiore disponibilità al dialogo. Mi permetto di dubitare fortemente di questa tesi. Si dice, non so se con cognizione scientifica, che i branchi di roditori hanno preso l’abitudine di mandare gli anziani in avanscoperta ad assaggiare i cibi sospetti. Se ciò fosse vero dimostrerebbe che i topi non si fidano nemmeno lontanamente di noi: e giustamente, aggiungerei. È colpa della nostra aprioristica ostilità se hanno sviluppato questo cinismo evolutivo; mi pare proprio difficile supporre un loro interesse nella liberazione delle cavie, che tra l’altro sono spesso in odore di collaborazionismo.

Restano quindi due alternative su cui probabilmente si giocheranno le future politiche cittadine. Da una parte si punterà tutto su un classico processo di demonizzazione del diverso, secondo ben rodati meccanismi mediatici. Dicono siano già pronte le nuove locandine, fondamentali nel creare un proficuo clima di terrore e inculcare elementari nozioni di razzismo nei cittadini: “Ratto sgozza un’anziana dopo aver tentato di violentarla. Era agli arresti domiciliari”. Oppure: “Quattro topi ammazzati in Vico Basadonne. L’ennesimo regolamento di conti per il controllo dello spaccio”. O ancora: “Dall’identikit di un testimone: Ha la coda e i baffi il serial killer dei fruttivendoli. Scartata l’ipotesi gabbiano”. L’obiettivo, è chiaro, sarebbe la pulizia etnica. È palese che questa sarà la corrente maggioritaria.
Dall’altra parte, cominceranno a farsi sentire i sostenitori del “con i ratti bisogna imparare a convivere”. Ci sarà addirittura chi vorrà sfruttare il fenomeno dal punto di vista del turismo, sostenendo in maniera cristallina che, se esiste il “bird-watching”, può e deve esistere anche il “rat-watching”. Certo, non è semplice riabilitare l’immagine di un topo di fogna. Ma, lo sappiamo bene, la comunicazione in Italia può fare, e ha fatto, miracoli: esseri malvagi e ripugnanti possono avere un’enorme successo, basta dar loro l’occasione giusta. Bisogna quindi dare fiducia anche a questa corrente di pensiero.

Dimenticavo un’ultima possibilità. Ecco, potremmo lasciare il centro storico ai topi e ritirarci sulle alture. Alla pulizia delle strade penseranno loro, ormai responsabilizzati dalla cerimonia ufficiale di consegna delle chiavi della città.



Lunedì 28 settembre 2009 alle 15:00:00
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