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Ultimo aggiornamento ore 21.15 del 26 Aprile 2018

Ciao Don Gallo. Prete partigiano, cattolico atipico e cristiano vero

Otto giorni fa se ne andava il fondatore della Comunità di San Benedetto. Il ricordo di Sara Parolai

Ciao Don Gallo. Prete partigiano, cattolico atipico e cristiano vero

Genova - Genova, Luglio 2001, conto alla rovescia iniziato. “Per chi crede il mondo è di Dio, per chi non crede il mondo è di tutti!”. A urlare dal palco è il prete partigiano fondatore della comunità di San Benedetto al Porto. L’applauso è lungo e sentito, si respira un’aria strana condita di ansia e speranza. Per me è forse la prima volta. La prima volta che lo sento parlare. E’ il Goa Boa Festival e sul palco di lì a poco prenderà il microfono Manu Chao, regalandomi il concerto della vita, quello che resta nel cuore e che ti stampa un sorriso ebete sulla faccia ogni volta che ci torni col pensiero. Quello che no, per mille ragioni concomitanti non ce n’è un altro uguale. E’ il momento che precede quello strappo inesorabile fra l’innocenza ingenua e la consapevolezza del mondo là fuori, dove non c’è spazio per il dialogo e il dissenso viene soffocato con ogni mezzo per eliminare la speranza di cambiamento dal cuore. E’ un momento di profonda riflessione: 8 persone, 8, si riuniranno per decidere le sorti di un pianeta intero che dovrà restare fermo a guardare come giocheranno con il suo destino sulla base di interessi puramente economico-pecuniari. Ma il mondo non appartiene a queste 8 persone. “Per chi crede il mondo è di Dio, per chi non crede il mondo è di tutti!” urla Don Gallo e questa frase riassume perfettamente il suo ruolo di costruttore di ponti fra diversi punti di vista, tutti per lui parimenti accettabili. Ogni inclinazione naturale, ogni professione di fede, ogni insicurezza, ogni scelta individuale, ogni errore trovavano albergo alla sua porta. Nessuno ero escluso. Solo un anti, trovava spazio nella sua visione del mondo: l’antifascismo. Già, perché Don Gallo univa la sua vocazione di seguace di Cristo ad un impegno civile che in fondo altro non era che una semplice conseguenza. Ci raccontano che Gesù Cristo amasse circondarsi degli umili e derelitti ai margini della società e che invocasse l’uguaglianza fra gli esseri umani. E l’uguaglianza e la giustizia sono stati al centro dell’impegno a cui Don Gallo ha dedicato ogni singolo attimo della sua vita.
“Il battesimo attesta che apparteniamo a questa Chiesa” scriveva in “Così in Cielo come in terra” “E’ il primo sacramento che riceviamo, l’ingresso principale, e chi vi accede deve testimoniare il messaggio di Gesù, partecipare alla vita della città e non discriminare nessuno. Il battesimo rende gli uomini figli e non sudditi di Dio. In un’epoca in cui il virus del fascismo è in libera uscita, il cristiano non può non essere antifascista […]”
Raccontava che Mussolini fosse solito definirsi cattolico e non cristiano, inserendosi perfettamente in quella fetta di cittadini malati di apparenza e tanto attenti alla forma che temono gli omosessuali, partecipano al family day e poi riempiono il coniuge di corna per dimostrare quell’italica promiscuità che, se praticata dal sesso maschile, tanto inorgoglisce l’italiano medio. Quei vecchi professori che di giorno “chiamano con disprezzo pubblica moglie quella che di notte stabilisce un prezzo alle loro voglie”. Quelli che il nuovo Papa, come ha ricordato Don Ciotti, ha definito “cristiani da salotto”, che non mancano a messa alla domenica ma si schifano davanti al marocchino che vende le rose.
In innumerevoli apparizioni pubbliche Don Gallo ha professato di avere come punto di riferimento un quinto vangelo, quello di Fabrizio De Andrè secondo cui “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Non sono i benpensanti a lasciare un segno indelebile nel cuore, ma coloro che dai benpensanti vengono scartati. Bocca di rosa, i “quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino” che “cercan la felicità dentro a un bicchiere per dimenticare d'esser stati presi per il sedere”; “I figli vittime di questo mondo”: Don Gallo si alimentava di questa umanità, di questi “corpi ignudi sgraziati o armoniosi” per dirla con gli Zen Circus di Andate tutti affanculo, amava circondarsene sporcandosi le mani per tirarla fuori dall’inferno in cui storie di vita amare l’avevano spinta.
“Ricordate la storia di Gesù e l’adultera?” ha chiesto in una delle sue ultime apparizioni pubbliche durante lo spettacolo “Esistenza soffio che ha fame” al teatro Duse. La storia è quella in cui Gli Scribi e i farisei conducono a Gesù una donna sorpresa in adulterio che intendono lapidare. Gesù, una volta interpellato, pronuncia la famosa frase: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” , salvandola così dai suoi aguzzini. Una volta rimasti soli la congeda con “Neppure io ti condanno, va e non peccare più.”
“E se la donna una volta allontanatasi avesse peccato ancora che avrebbe fatto Gesù?” Raccontava di aver chiesto ad un rappresentante di quella Curia che lo vedeva così poco di buon occhio. “L’avrebbe perdonata ancora!” urlava con quella sua voce segnata dal fumo. Ecco il suo modo di guardare al suo prossimo. Nessun giudizio, nessuna caduta nella disperazione. Soltanto una mano tesa.
Questa idea di misericordia infinita che caratterizzava il Gesù che lui seguiva con pensieri e azioni dona quella speranza che non è per nulla banale. Mi fa pensare alla mia mamma che, di fronte alla mia totale intransigenza con me stessa per i miei sbagli e le mie debolezze, mi scuote dicendomi che ad una cosa sola non c’è rimedio, tutto il resto si affronta e si sistema. La società stampa sul petto lettere scarlatte, innalza muri, giudica ed emargina basandosi sulla labile dicotomia bene/male, buoni/cattivi, normale/anormale. E lui? Lui era “solo Don Gallo di San Benedetto al porto”, la sua cattedrale era la strada. E come ha ricordato Moni Ovadia al suo funerale, non esitava a definirsi “compagno”. Compagno, colui che condivide il pane con un altro, termine così affascinante eppure così bistrattato. Termine che quella sinistra che viene implorata di dire qualcosa di sinistra ha nascosto nel cassetto, come se ci fosse qualcosa di cui vergognarsi nel pronunciarlo.
"Dicono che una tua vittoria l’hai ottenuta quando Bagnasco è venuto al tuo capezzale, Don, e, riconoscendo il tuo operato, ti ha promesso di prendersi cura della tua comunità. Io dico che la tua enorme vittoria è stata quando Bagnasco che era sembrato snocciolare nozioni da Wikipedia, al tuo funerale, ha dato la comunione a Vladimir Luxuria. Impagabile. Fino alla vittoria, vero Don? Siempre.

Giovedì 30 maggio 2013 alle 17:45:42
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