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Ultimo aggiornamento ore 20.00 del 25 Aprile 2018

Italia-Serbia/ Ivan, la Tessera e le colpe di chi non vuole responsabilità

Italia-Serbia/ Ivan, la Tessera e le colpe di chi non vuole responsabilità

Genova - Maroni contro Vincenzi, Abete contro Blatter, Governo italiano contro quello serbo. A due giorni dai fatti di Marassi il confronto dialettico sembra non avere fine, fra reciproche accuse di “scarsa comunicazione” e “leggerezza” nella gestione del caso. Niente di nuovo in casi come questi, nei quali molti hanno responsabilità ma nessuno sembra in grado di prendersi colpe per quanto accaduto. Il tutto di fronte ad una città che ancora una volta ha vissuto sulla propria pelle ore di tensione e violenza, ed è nuovamente costretta a fare i conti con danni economici inattesi. Al bilancio dei danneggiamenti, dei feriti e degli arrestati, alla frettolosa corsa a rilasciare dichiarazioni di sdegno e condanna, o più semplicemente al rimbalzo di responsabilità da una parte all’altra, va inoltre aggiunto anche il comprensibilissimo disappunto di chi è arrivato da ogni parte d’Italia per assistere a sei minuti di calcio e due ore di surreale immobilismo organizzativo mentre i bengala volavano sul prato del Ferraris e delegati Uefa e Figc s’interrogavano sul da farsi.
Le assurde immagini del “terribile” Ivan e della sua milizia ultranazionalista hanno fatto il giro del Mondo, suscitando imbarazzo, sorpresa ma anche molte perplessità sulla gestione di una giornata che ha visto gli hooligans serbi agire indisturbati ma “controllati a vista” per le strade di Genova, prima che la situazione degenerasse nel piazzale di Marassi a notte fonda. In molti, frequentatori più o meno assidui di stadi e curve, si sono chiesti come abbiano fatto i teppisti ad entrare all’interno del Ferraris con un numero spropositato di bengala e fumogeni comprati anche in città; ad attraversare tutto il Nord Italia da un capo all’altro viaggiando con pullman carichi di bombe carta e torce sequestrate solo quando il peggio era ormai stato compiuto. Interrogativi più che leciti per chi da qualche anno a questa parte è costretto a fare i conti con trasferte contrassegnate da perquisizioni accuratissime in caselli e parcheggi periferici; a metter in preventivo di dover lasciare nello scatolone di turno accendini, portachiavi o tappini di plastica perché “atti ad offendere”; ultras o semplicemente tifosi abituati a fare i conti con biglietti nominali, movimenti limitatissimi e scorte severe ogni volta che si recano in una città che non è la loro. Abitudini che martedì sono incredibilmente venute meno per una delle frange più violente ed estreme del calcio internazionale.
Sia nel dopo partita che nelle dichiarazioni di questi giorni ha fatto un certo effetto sentir parlare di “violenza inaudita e inattesa” o “mancata intelligence” con la Polizia serba in merito all’arrivo di 3-400 personaggi abituati a ben altre efferatezze rispetto a quelle di due giorni fa. Era sufficiente vedere quanto accaduto nei giorni scorsi per le strade di Belgrado durante il Gay Pride, o ancora più semplicemente dedicare pochi minuti alla visione di video di Stella e Partizan su Youtube, per capire che i palestratissimi e tatuati serbi in tuta e scarpe da ginnastica non sarebbero arrivati a Genova per godersi l’insolito tepore di ottobre attorno alla fontana di De Ferrari. Lì, hanno invece potuto muoversi liberamente fra bottiglie di birra e scritte farneticanti, improvvisando il corteo che li ha portati fino allo stadio fra intemperanze e molta, troppa agilità di movimento. Quando poco dopo le 19.00 un gruppo è passato da Brignole, in molti avevano tubi di ferro e spranghe, bottiglie e torce da lanciare verso i passanti con un esiguo contingente di forze dell’ordine al seguito. Mentre al loro arrivo allo stadio hanno potuto confondersi liberamente in mezzo al pubblico di casa. Per parecchi minuti bar e biglietterie si sono riempite di serbi, molti dei quali nell’inadeguatezza delle indicazioni a loro destinate, si sono ritrovati ai tornelli della Sud, con tutto il tempo di nascondere nelle scarpe o nei pantaloni oggetti di ogni tipo prima di dirigersi verso il proprio settore.
Parlare di “stupore” o “sorpresa” per l’arrivo in città di un gruppo di persone già segnalate in una black list, in viaggio dal giorno prima e soprattutto in larga parte già in possesso, si presume, di un biglietto nominale, sembra quantomeno sorprendente per un Ministero che sta facendo della lotta alla violenza negli stadi uno dei suoi cavalli di battaglia, con decreti e provvedimenti restrittivi sia in termini di prevenzione che di gestione che prima, durante e dopo Italia-Serbia sono sembrati inefficaci. Come ampiamente prevedibile, è stata sottolineata l’importanza della tessera del tifoso che “avrebbe impedito” allo scatenato, e ora apparentemente pentito Bogdanov e alla sua banda, di conquistarsi così facilmente l’ambita vetrina internazionale per lanciare il proprio messaggio politico e propagandistico.
Al di là delle frasi di circostanza però resta indubbio che solo il divieto di assistere alla partita al gruppo in questione avrebbe evitato certi comportamenti che gli hooligans serbi avrebbero comunque compiuto anche se in possesso della famigerata tessera dato che si trovavano tutti contenuti nel settore ospiti, dotati di biglietto nominale regolarmente acquistato e sicuramente già schedati nel loro paese.
L’unica certezza alla luce di quanto accaduto, è stata l’iniziale sottovalutazione di un problema che poteva e doveva essere risolto ben prima della sospensione della partita o della guerriglia urbana nella notte di Marassi con la Polizia costretta al corpo a corpo con gli inesauribili energumeni serbi. Con un po’ più di attenzione da parte di chi mette in campo zelo ed intransigenza solo a fatto avvenuto, forse Genova avrebbe potuto godere di una meritatissima serata di calcio senza diventare involontaria protagonista dei giochi di potere e politica di chi a Belgrado non ne vuole sapere di entrare nell’Unione Europea.

Giovedì 14 ottobre 2010 alle 17:50:19
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