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Ultimo aggiornamento ore 20.00 del 25 Aprile 2018

Per abolire le Province bisogna abolire il provincialismo. Lasciate perdere

Per abolire le Province bisogna abolire il provincialismo. Lasciate perdere

- "Governare l'Italia non è impossibile, è inutile": se questa frase sia da attribuire a Benito Mussolini o, come sembra più probabile, a Giovanni Giolitti, in questa sede poco conta; ciò che conta è la sua drammatica attualità.
Prendete l'annosa e stucchevole "querelle" sulle province: non vi pare che ce ne sia abbastanza per avere il volta stomaco e disinteressarsi della politica italiana nel suo complesso? Non credete che il così diffuso sentimento di sfiduciata antipolitica sia da attribuirsi a questioni come questa?
Iniziamo dal principio.
Il 17 marzo del 1861 il Re di Sardegna, Cipro e Gerusalemme (sulla sua carta intestata c'era scritto così) annuncia, in perfetto francese, di essere diventato il Re d'Italia. Si chiama Vittorio Emanuele II e tutti gli osservatori dell'epoca si chiesero quanto poco gli interessasse il suo nuovo regno se non ebbe neppure il buon gusto di cambiare "targa", come si soleva fare al tempo, e diventare Vittorio Emanuele I (visto che l'Italia un re con quel nome non l'aveva mai avuto).
Vittorio Emanuele era un Savoia, erede di quella dinastia di maneggioni che per secoli aveva tentato di cingere una corona e ci era riuscita prima con la Sicilia, poi con la Sardegna e, infine, grazie alla buona strategia di Cavour e all'avventatezza "pasionaria" di Garibaldi, con l'Italia unita.
Periodo simpatico, quello risorgimentale, simpatico e confuso: d'una intensità intellettuale strepitosa ma seriamente claudicante sul piano politico.
Dopo un lungo e variegato percorso l'Italia si era unita inglobando sette stati preesistenti che erano stati retti dalle più importanti dinastie europee (tra queste i Borbone e gli Asburgo che si erano fieramente contese il dominio sulla penisola): sette stati con diverse lingue (di derivazione comune, certo, ma alcune difficilmente comprensibili le une con le altre), diverse culture (la radice comune è evidente come evidenti sono le differenze) e, soprattutto, reduci da centinaia d'anni di guerre fratricide (di solito combattute da eserciti stranieri ma pur sempre guerre).
Fare di quell'accozzaglia di storie e rivalità una Patria unita non era compito semplice al punto da spingere Massimo d'Azeglio, anche se pure questa frase non è documentata, a dichiarare "Fatta l'Italia dobbiamo fare gli Italiani": che più che un proponimento, visto che una dichiarazione del genere è paradossale (prima di fare uno stato ci vuole un popolo e non il contrario) è un'ammissione di fallimento.
Fallimento ch'è ben più evidente in un'altra frase del d'Azeglio, questa volta messa nero su bianco: "Gl'Italiani hanno voluto far un'Italia nuova, e loro rimanere gl'Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; pensano a riformare l'Italia, e nessuno s'accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro".
Una frase che non solo è la dimostrazione della validità dell'assunto dell'incipit (quello per cui "governare l'Italia è inutile") ma è anche la spiegazione più efficace alla questione "abolizione delle province": per abolire le province bisogna prima abolire il provincialismo. E questo è impossibile.
Ma cosa sono le province e cosa fanno? Perché furono create?
La Provincia, come Ente autonomo moderno, non è coeva all'unità nazionale: è infatti introdotta dal titolo V della nostra costituzione varata nel 1948. Il concetto di provincia è comunque precedente e va fatto risalire al modello di amministrazione napoleonico (che l'Italia unita ha mutuato). La Provincia comprende il territorio di più comuni e le sue funzioni sono oggi stabilite dalla recente "Carta delle Autonomie Locali", approvata nel 2010.
Le competenze sono molteplici e vanno dalla scuola alle gestione di tratti stradali ed altro.
Il loro essere state introdotte definitivamente da una legge costituzionale determina, per chi volesse abolirle o modificarle, la necessità di una legge di pari rango: l'idea del governo Monti di intervenire con un Decreto è legalmente bislacca e dimostra che anche i professori possono commettere errori da dilettanti.
Perché dunque abolirle?
Da qualche anno in Italia è in corso un dibattito (avevo scritto "serio dibattito", poi alla rilettura ho cancellato l'aggettivo) su tagli da introdurre nel sistema statale. Con i comuni, numerosi all'inverosimile e le Regioni, ormai protagoniste di un immaginario federalismo, l'opinione pubblica si è concentrata sulle Province come simbolo di spreco. Le loro competenze si sarebbero potute facilmente suddividere tra Regioni e Comuni, i loro immobili cartolarizzati, il loro personale prepensionato (ove possibile) e assorbito dagli altri enti. Il risparmio sarebbe stato significativo e l'impatto negativo sulla cittadinanza assolutamente nullo.
L'idea di Monti (bislacca come il suo decreto) era l'azione per gradi: non abolire tutte le province ma, inizialmente, accorparle.
Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il provincialismo che, in Italia, è più temibile di un bombardamento della RAF: Chiavari nella provincia di Spezia? Orrore! Pisa e Livorno nella stessa provincia? Sacrilegio!
E così, per banali questioni di "targa" (quella stessa che Vittorio Emanuele II non volle cambiare), la questione si è arenata, tra ricorsi e difese d'ufficio.
Dunque? Dunque niente, l'ennesima bolla di sapone, l'ennesimo tentativo andato a vuoto (questa volta con una buona complicità di qualche onesto cittadino afflitto da campanilismo) di alleggerire il mastodontico sistema burocratico dell'Italia unita.
Tutti gli editoriali hanno una tesi conclusiva, e di certo non posso sottrarmi. Sapete cosa credo? Che abbiano ragione i campanilisti: che è più forte di noi, i nostri vicini ci stanno antipatici. Abbiamo bisogno della Regione, che è un bel confine che ci difende da quelli che stanno di là; della Provincia, perché vuoi mettere la scritta "GE" dietro il bagagliaio; del Comune, dove c'è il mio gonfalone e la mia storia cittadina; e non toglietemi il Municipio, che poi chi li difende quelli di Voltri dagli appetiti di quelli di Pegli.
Basta con questa storia delle riforme, noi stiamo bene così.
Questo "baraccame" costa caro? Si certo, costa caro, ma chissenefrega! Anche il cachemire costa caro, però mi piace.
E se abbiamo il secondo debito pubblico d'Europa? Fa lo stesso, diremo alla Merkel de nu rumpighe ü belin!


Domenica 7 luglio 2013 alle 16:30:52
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